venerdì 3 agosto 2007

Pausa quaranta

“Penso di essere una persona molto umile” - disse Giorgia, alla signora Guida, aggiustandosi i capelli - “ma il mio lavoro so farlo meglio di chiunque altro”.
In realtà facevamo tutti lo stesso lavoro di segreteria al Liceo Scientifico Statale. C’era la segretaria, la dottoressa Mariani, e c’eravamo noi: io, Giorgia e Turi. Naturalmente il lavoro lo facevamo tutto io e Turi, mentre Giorgia si intratteneva in beate discussioni femminili con la preside e la dottoressa Mariani. Diciamo che anche io e Turi spesso eravamo occupati in altre faccende. Turi aveva fatto conoscenze sul messanger e io qualche volta, controllavo i miei investimenti in azioni, dal cui crollo aspettavo di riprendermi da oltre dieci anni.
Tutto sommato sarebbe stato un buon lavoro, se non fosse stato per i continui rimproveri della dottoressa Mariani, che attribuiva a me tutti i problemi dell’ufficio, perché con Giorgia aveva un rapporto troppo confidenziale e da Turi avrebbe voluto farsi scopare. Lo spogliava con gli occhi, gli guardava la patta dei pantaloni, arrapata, lo aspettava negli spazi stretti pur di farsi strusciare. Insomma, una vera e propria serie di agguati sessuali, conditi dalle minigonne della segretaria, da cui uscivano delle gambe secchissime e piene di capillari del colore blu intenso e dal suo ostentato ombelico, che invero si collocava abbastanza insignificante su un pancino grinzoso da cinquantenne annoiata dal marito.
Quindi io ero in mezzo ed ero single, il che a quarant’anni, induce nella gente un certo sospetto di un qualche non so che di difettoso, omosessualità forse o comunque qualche altro vizio o perversione. Anche Giorgia era single, ma secondo lei era tutto normale, perché quando si hanno determinate qualità, una certa intelligenza, lo spirito e la bellezza, è difficile trovare gente all’altezza. Spesso questo discorso lo faceva a me, non so se ingenuamente o per diretta volontà di umiliarmi. Se appena riusciva a stare due secondi zitta, iniziavo il mio solito discorso sul destino e sulla necessità di assecondarlo e, per consolarla, le dicevo che, visto che non aveva trovato la persona giusta, le toccava aspettare e che, prima o poi, il momento sarebbe arrivato anche per lei e allora si che lei e il suo uomo avrebbero vissuto felici e contenti.
La mattina, la dottoressa Mariani arrivava solitamente in ritardo e, accigliata, pronunciava un rapido “buongiorno”, entrava nella sua stanza e dopo qualche secondo la sentivo gracidare: “Filippo, può avvicinare per favore?”. Era spesso così. Le avevo detto di chiamarmi Filippo, sperando che reciprocamente lei mi avrebbe detto di chiamarla Laura. Questo non era avvenuto ed io evitavo di chiamarla. Purtroppo quel gracidio dal tono, ora fintamente paziente, ora palesemente arrabbiato, si ripeteva spesso durante le giornate. In tutte le pratiche che le avevo messo sul tavolo per la firma, notava che c’era qualcosa di errato e a me toccava di fare due o tre volte il lavoro, con la conseguenza dell’accumularsi di uno spaventoso arretrato. Anche perché le pratiche di Giorgia, dalla bella scrittura, dal grosso sedere e dalla bocca sempre aperta per mangiare o per cianciare, andavano sempre più o meno bene, ma erano poche, e quelle di Turi, che aveva sempre la testa persa nei suoi problemi di famiglia o in quelli delle sue amichette di chat, partivano spesso senza essere viste e tornavano quasi sempre al mittente per mancanza di qualche elemento essenziale, dimenticato o trascurato. Così spesso finivano sul mio tavolo e io dovevo evaderle altre due o tre volte prima che potessero partire di nuovo.
Ma tutto sommato il lavoro non era male. Non dovevo pensare molto, non mi era richiesto di parlare o chiacchierare per forza, uscivo regolarmente alle dieci per fumare una sigaretta e alle dodici per prendere un caffè e fumare una seconda sigaretta.
Giada era una studentessa di ventidue anni, alta, mora, dallo sguardo triste e dalle mani sottili, con un seno notevole, che parlava poco, ma non diceva mai nulla di insignificante. Si era iscritta al quinto anno e nessuno sapeva da dove venisse e perché una ragazza così intelligente fosse così in ritardo con il diploma. Erano le dodici e io, secondo la mia solita abitudine avevo infilato la mia chiave magnetica nella macchinetta del caffè. Si fermò e mi guardò. “Posso offrirtene uno”, le dissi istintivamente. Poi mi pentì, perché pensai che non era una cosa opportuna che lei stesse fuori dalla classe a prendere il caffé e che glielo offrissi proprio io che ero un impiegato della scuola.
Lei sorrise e, forse indovinando quello che stavo pensando, rispose che le avrebbe fatto piacere ma non voleva mettermi in difficoltà. “Nessun problema” – risposi io – “quanto zucchero?” Giada sorrise di nuovo. La preside era alle mie spalle e non me ne ero accorto.
Fui convocato e richiamato. “Caruso, proprio da lei non mi aspettavo che si mettesse a importunare le studentesse; so benissimo che fa quasi tutto il lavoro della segreteria e che per di più deve sopportare Giorgia e la Mariani, ma certi comportamenti sono inammissibili; i ragazzi vengono a scuola per studiare e non bivaccare nei corridoi; almeno noi che abbiamo una certa responsabilità dobbiamo mantenere un comportamento da persone serie e non da vecchi che sbavano per le ragazzine”. Io avevo quarant’anni e non mi sentivo un vecchio, magari sbavavo per le ragazzine, le guardavo e le palpavo con gli occhi, sognavo i loro capezzoli e immaginavo di fare del loro seno il mio guanciale per la notte. Avevo quarant’anni e uscivo poco nei corridoi della scuola per non dare l’impressione di essere un vecchio bavoso, non tanto per il bavoso, ma perché non mi sentivo affatto vecchio e poi le pulsioni sessuali sono un fatto privato, non mi va che gli altri se ne accorgano troppo facilmente. La preside dunque mi aveva fatto una ramanzina sproporzionata rispetto alla mia colpa di avere scambiato due parole con una studentessa, anche se il lato positivo della cosa era che, finalmente, qualcuno mi aveva fatto intendere di avere una certa considerazione per il mio ruolo di materasso per le intemperanze della segretaria e della collega.
Quel pomeriggio Giada mi telefonò. “Volevo sapere se avevi avuto guai a causa mia? Sai a scuola mi trattano come le mie compagne di classe, ma io sono più grande, fino allo scorso anno lavoravo; se mi va di uscire cinque minuti per andare in bagno e bere il caffè, lo faccio senza che nessuno mi debba rompere e per il resto studio a più non posso perché voglio prenderlo quest’anno il diploma”. Allora io cominciai a parlare, ne avevo bisogno. Iniziai con il lamentarmi cinque minuti di Giorgia e della Mariani e di quello che mi aveva detto la preside e poi passai a parlare di quello che leggevo e di quello che scrivevo, di quanto mi piacessero le donne e di quanto facessi di tutto per non farlo vedere troppo, fino ad ostentare una certa misoginia. Del mio interesse per l’astronomia e per la fisica e la cosmologia. Del computer che avevo comprato, di quanto costasse un chilo di pesche noce al supermercato e, alla fine, di quanto fosse bella.
Mi sentivo veramente meglio, la salutai educatamente e lei mi pronunciò un gentile “ciao”.
L’indomani in ufficio, quando entrai, Giorgia che parlottava animatamente, si interruppe non appena mi vide. Turi mi fece un sorrisetto ammiccante e io presi posto al mio tavolo e cominciai a lavorare, come sempre. Se avessi visto Giada durante la giornata l’avrei salutata e se fosse ricapitato le avrei di nuovo offerto qualcosa alla macchinetta.
Era una giornata di sole e io quel giorno compivo quarant’anni.

4 commenti:

Frida ha detto...

Ehi, beddu..Hai fatto bene a volere un blog più "anonimo"...Sei più sciolto nello scrivere e "srotoli" belle cose più spesso di prima! :-) Son contenta per te!
Ciao,
Frida
P.S. Dimenticavo: auguri e "in bocca al lupo" per questo blog!

il cane di Jack ha detto...

Grazie, Bedda! Peccato, però, proprio peccato che posso parlare male di tutti ma non di te e di un altro paio di amici :))

Dario D'Angelo ha detto...

Scritto bene e piaciuto, ma ora devi continuarlo :-)

Anonimo ha detto...

Fra dieci anni forse... pausa cinquanta.
Oggi ho passato una giornata bruttissima. Mi sono affezionato a questo computer come ci si può affezionare a un cane e il fatto che avesse smesso di funzionare mi aveva messo veramente di cattivo umore. Comunque ho perso un disco rigido e quell'ubuntu di cui andavo tanto fiero, ma il pc funziona.
Ciao Amico e grazie del commento e dell'incoraggiamento.