lunedì 24 marzo 2008

Repost: Uno che odiava gli indifferenti

E come dargli torto, anche se la sua condanna grava come un macigno anche sulla mia vita, per come è molto spesso e per come non dovrebbe essere:

"Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti."

Antonio Gramsci "La Città futura"

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Postato per la prima volta su questo blog il 07/10/2007

7 commenti:

Frida ha detto...

Esclusi gli eroi ed i santi, chi può mai dire che quella condanna non gli gravi addosso come un macigno?
Per quello che posso capire io...non essere indifferenti, in alcun modo..in ogni ambito...è un'utopia..E le utopie sono necessarie, credo, ma restano tali...cioè mete verso cui tendere, che non si raggiungeranno mai, o mai pienamente...

Il cane di Jack ha detto...

Si è vero, ma la condanna di Gramsci verso l'indifferenza, che ho letto in una locandina di un circolo di rifondazione, mi è sembrata attualissima; la condivido in linea di principio. Non essere onnipotenti, d'altra parte, è una caratteristica della condizione umana. Non è sempre colpa mia (tua) se succedono le cose. Malgrado le mie ambizioni :-) non sono un dio e me ne devo fare una ragione.

Hanna ha detto...

io vivo in stato di incoscienza dopo aver vissuto e conosciuto /tanto e tutto/

Il cane di Jack ha detto...

Io invece che ho conosciuto poco e niente, continuo a viaggiare sulla riva del Klondike, tirando la slitta, servendo i miei tanti padroni con onestà. Scavo nella neve il mio rifugio per la notte, per conservare il calore. Sogno vicino al fuoco la sera. E ogni tanto devo battermi con qualche altro cane, e accettare i morsi delle femmine che, di tanto in tanto, mi accompagnano.

dama verde ha detto...

Leggevo Gramsci da ragazzina, era una delle letture preferite di mio padre.
Questo brano rimane nel cuore, risolleva la rabbia, il fastidio di vivere in un mondo dove la maggioranza vuole "vivere" in pace.

Ciao, Buona giornata!

Olympia ha detto...

già...già...già...
votare o non votare, questo è il problema... mi si nota di più se voto qualcuno in cui non credo o se non voto?
eh?

Il cane di Jack ha detto...

@ Dama Verde: non voglio erigermi a censore del malcostume altrui. Molto spesso l'indifferente sono io. Avere il coraggio di cambiare sarebbe già una gran cosa.
@ Olimpia: felice di fare la tua conoscenza :-) E' un bel dilemma... Te ne propongo un altro più facile: E' più divertente credere di valere qualcosa o non crederci?
Io sono convinto di valere qualcosa come cane da slitta. E' già qualcosa, no?
Ciavo.
I.