domenica 1 marzo 2009

Su Eluana

Nei giorni che hanno preceduto l'ultimo viaggio di Eluana mi sono lasciato ossessionare dai problemi che poneva la vicenda. Ovviamente avendo manifestato la mia opinione che bisognava lasciare andar via la ragazza, mi sono sentito dare anche io del nazista. Non mi sono offeso molto. Un pochino solamente, perché proprio non mi appartiene la concezione che debbano vivere solo i sani, alti, biondi e con gli occhi azzurri.
In preda all’ossessione, ho riletto una cosa che avevo trovato qualche tempo fa (http://www.zadig.it/speciali/ee/stud1.htm) e mi sono preso la briga di leggere il decreto della Corte d’Appello di Milano (ah quei giudici “omicidi” che hanno autorizzato la fine di Eluana…).
Intanto mi sono reso conto che diamo troppe cose per scontate. Gli stessi problemi che ci siamo posti per Eluana ce li potremmo porre per tutte quelle persone che definiamo in stato di morte cerebrale. Visto che oggi, a differenza di un tempo, potrebbero essere tenute in vita artificialmente per molto tempo, nulla ci autorizzerebbe, a ragionare in termini rigorosi, a staccare le macchine.
A questo punto la mia mente è quasi sopraffatta dall’immagine di un enorme, quasi infinito, stanzone in cui un’umanità completamente folle e rincitrullita manterrebbe in stato di vita assistita tutte queste persone dalle facoltà cognitive irrimediabilmente compromesse. La vita umana, dicono alcuni, deve essere preservata ad ogni costo, dall’inizio alla fine. Ma proprio dall’inizio inizio e per sicurezza da quando lo spermatozoo si trova a qualche millimetro dalla cellula uovo, fino a quando morirà l’ultimo meccanico in grado di aggiustare le macchine. Ma la tecnologia progredisce in fretta e domani potremmo trovarci di fronte a nuovi e imprevedibili metodi per prolungare la vita.
Il problema a mio modesto avviso non è capire quando c'è la vita o quando la morte. Piuttosto dobbiamo avere il coraggio di chiederci correttamente quando è lecito togliere la vita; perché non si tratta più di una persona ma di una “res” che non è lecito continuare a venerare come se si trattasse di un sepolcro a cielo aperto (“lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”).
Mi accorgo che questo discorso porterebbe via troppo tempo. Non me la sento di affrontarlo se non altro perché l’accusa di nazismo mi pesa ancora addosso come un macigno. Non voglio essere un nazista, né ora né mai, ma non vorrei mai lasciare mio padre, mia madre, mio fratello, mio figlio, in stato vegetativo persistente, se loro avessero espresso in vita la volontà di non essere mantenuti in quello stato. Sono così convinto di questo che sarei disposto a essere condannato da Dio insieme agli omicidi, nell’ultimo giorno. Ma il Dio in cui credo non ha creato i respiratori artificiali e gli altri attuali efficaci strumenti di rianimazione e non penso che mi condannerebbe per questo. Magari per la mia ignavia o per altri peccati di cui mi sono macchiato nel corso del tempo, ma non per questa mia convinzione.
Io ho assistito agli ultimi giorni di mio padre. E questa esperienza mi ha cambiato per sempre. Non ci posso fare niente. La sofferenza, anche quella altrui, ti cambia, ti spezza qualcosa dentro, ti rende capace di fare cose che non avevi mai fatto prima né mai più rifarai. Io ho assistito il mio papà fino all’ultimo giorno. Non penso che l’idratazione sia un accanimento terapeutico. Noi abbiamo continuato a idratarlo, anche dietro consiglio di un medico che ci fece notare che non era possibile sapere se e quanto soffrisse la sete. So che abbiamo fatto la cosa giusta, per noi. Ma il dubbio ti viene, quando vorresti aiutare qualcuno che non puoi più aiutare e ti chiedi se forse non potresti invece accompagnarlo e permettergli di ritrovare la pace.
Il caso di Eluana è diverso. La scienza e gli esami strumentali ci dicono che nei casi come quello di Eluana la corteccia cerebrale è definitivamente andata perduta. Eluana non esisteva più come persona da tantissimo tempo (invito a leggere il decreto della Corte di Appello di Milano e, in particolare le considerazioni svolte da quei giudici su questo punto).
Per finire vorrei riflettere su questo: “Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”. Questa mi è sembrata la posizione dell’Italia pseudo-clericale. Una mancanza di pietà che spinge a dare dell’assassino a chi mi ripugna chiamare assassino.
Chiedo perdono per quanto mi sono dilungato.
Saluti a tutti
I.

P.S. Era molto tempo che non aggiornavo questo blog. Perciò anche su consiglio di un'amica, ho deciso di riciclare questo mio commento pubblicato qualche giorno fa su blog UGUALE PER TUTTI a questo link
Ovviamente a quel blog e a tutto l'interessante dibattito svoltosi sul caso Eluana, rimando chi si imbattesse in questo post

3 commenti:

riri ha detto...

Caro I. siamo sulla stessa lunghezza d'onda, io penso semplicemente che quando non esiste più una risposta diciamo "cerebrale" sia inutile ostinarsi a tenere in vita vegetativa una persona. Spesso ho avuto a che fare con persone gravemente ammalate, in cui però esisteva uno spiraglio di coscienza, allora lì sarebbe stato difficile porre fine alla vita, ma ho visto persone morire tra grandi sofferenze e non mi è sembrato giusto. Nessuno è blasfemo se dice che la vita finisce quando non c'è più una scintilla negli occhi, penso che Dio ci perdonerà se decidessimo di non stare attaccati inutilmente a delle macchine.
Ti ringrazio molto per il tuo articolo così ben esposto e come sempre ti abbraccio da una Torino uggiosa.

Frida ha detto...

"A questo punto la mia mente è quasi sopraffatta dall’immagine di un enorme, quasi infinito, stanzone in cui un’umanità completamente folle e rincitrullita manterrebbe in stato di vita assistita tutte queste persone dalle facoltà cognitive irrimediabilmente compromesse" Questo passo del tuo post mi è piaciuto particolarmente, rende bene l'idea che anch'io ho, di un mondo "disumanizzato" dagli stessi uomini che in ossequio ad un presunto precetto divino, paradossalmente "deificano" la scienza e ciò che può "produrre", costringendoci ad una vita-non vita..Chè, poi, la vita e un dono e una volta donato è di chi lo ha ricevuto..O no? Perfino qualche teologo e alcuni gruppi di base cattolici argomentano così nel difendere il diritto all'autodeterminazione..
Sono questioni molto difficili e dolorose, sul confine tra la vita e la morte, che il "progresso" ci pone, ma, occorre che vi siano dei confini tra il lecito e il non lecito..A patto che non si confonda il lecito con il precetto di una qualche fede..Chè sarebbe un'altra cosa..e ci porterebbe solo ad inutili contrapposizioni..
Grazie anche da parte mia per questo bel post, e un bacio
Frida

Il cane di Jack ha detto...

Grazie ragazze.
Purtroppo la verità è che nessuno sa nulla. L'argomento che usano di solito i fautori della vita ad oltranza è che non possiamo sapere se queste persone siano o no consapevoli e se provino dolore o sofferenza. Nessuno lo può sapere con certezza e quindi ci distruggiamo nel cercare di discernere i pro e i contro di una determinata scelta. E' vero anche il contrario: che una vita in quelle condizioni potrebbe rappresentare di per sé una sofferenza indicibile per la persona. Una mattina mi sono svegliato terrorizzato dopo aver sognato di essere come Welby, cosciente dentro un corpo immobile. E torno a dire che i continui progressi della scienza della rianimazione, se da un canto ci permettono di salvare sempre più vite umane, dall'altro, ci impongono di trovare un criterio equo, quanto più umano e scientifico possibile, per cercare la linea di confine tra ciò che può essere considerato vita e quello che, se non è morte, nondimeno è NON VITA.
La mia è una posizione a favore della scelta di Englaro padre, ma dubbiosa, non confessionale, pronta ad essere smentita. Sono convinto che, allo stato attuale delle leggi e delle conoscenze umane, non si poteva fare di più e meglio per Eluana.
Un bacio a tutte e due
I.