domenica 5 ottobre 2008

Gli ex cattivissimi albanesi

Tanto per dimostrare che dell'integrazione non bisogna avere poi tutta questa paura e che invece bisogna lavorare tanto sulle politiche non solo repressive nei confronti degli stranieri, riporto questo articolo del Corriere :

I nuovi albanesi d'Italia
«Ora non fanno più paura»
Sono 420 mila, più lavoro e meno reati

In meno di vent'anni, la prima grande ondata migratoria arrivata nel nostro Paese è stata assorbita e metabolizzata. Gli albanesi, prototipo degli immigrati «cattivi e violenti», non fanno più paura. Si sono integrati, lavorano, molti sono diventati piccoli imprenditori e dopo aver fatto «fortuna» c'è chi ritorna in patria per mettere a frutto il capitale economico e professionale acquisito da noi. È questo il quadro che emerge dalla ricerca «Gli albanesi in Italia. Conseguenze economiche e sociali dell'immigrazione» messo a punto da Caritas-Migrantes nell'ambito del progetto comunitario «Aquifalc» che ha finanziato il rapporto. «Lo si rileva dai dati sull'occupazione, sulle famiglie, sulle presenze a scuola, sugli stessi addebiti penali. È un esempio che fa ben sperare anche per gli immigrati romeni che hanno sostituito gli albanesi al vertice delle preoccupazioni degli italiani», sostengono Franco Pittau e Antonio Ricci curatori del dossier.

Con gli albanesi, nei primi anni Novanta, l'Italia scopre di colpo di essersi trasformata da nazione di emigranti in paese di immigrazione. Il flusso inizia in un clima di accoglienza. Sia nel 1990 (circa 800 rifugiati nell'ambasciata italiana) che nel marzo del 1991 (25.000 sbarcati in diversi porti della Puglia dopo la liberalizzazione dei passaporti) questi emigrati in fuga da un paese povero, stremato da una dittatura comunista feroce durata cinquant'anni, sono ben accetti. Ma il clima peggiora già quattro mesi dopo, in agosto, quando quasi 20.000 albanesi arrivati tutti insieme sul mercantile Vlora in cerca dell'Eldorado che avevano visto in tv, vengono rispediti a casa senza complimenti subito dopo lo sbarco. Chi non ricorda le immagini dello stadio di Bari dove vennero ammassati prima del rimpatrio forzoso? Quella nave aveva dato l'idea di una minaccia, di un'invasione, al pari del continuo andirivieni di gommoni e di scafisti che ne seguì. Ben 200.000 persone sono sbarcate sulle coste pugliesi tra il '91 e il 2000, secondo la stima del Consiglio italiano per le scienze sociali. E di queste meno di settemila l'anno sono state intercettate dalle forze di polizia e rimpatriate.

Cifre che hanno assicurato per molti anni all'Albania il primo posto nella graduatoria dei paesi stranieri in base alla pressione migratoria nei confronti dell'Italia. A ciò si è aggiunto un altro triste primato: nel 2000 gli albanesi sono il primo paese anche nella classifica degli stranieri denunciati per gravi reati (traffico di sostanze stupefacenti, spaccio, sfruttamento della prostituzione, stupro, omicidio), con una quota del 16,1%. Una cifra che combinata a gravi singoli episodi di criminalità, ha fatto sì che soprattutto dove sono più presenti, al Nord e al Centro, gli albanesi fossero considerati dagli italiani tanti, troppi. E molto «cattivi». A Milano si diceva che persino gli affiliati alla 'ndrangheta avevano timore degli albanesi. I più riescono a nascondersi nelle pieghe della nostra società per emergere in occasione delle regolarizzazioni (1995, 1998, 2002). Altri, invece, vengono espulsi e rispediti nel loro paese, dove sta capitando di tutto: crisi finanziaria nel 1997, guerra del Kossovo nel 1999, il conflitto nella vicina Macedonia. Sanno di non essere graditi, e così gli albanesi per rimanere nella loro «terra promessa» riducono le forme di socializzazione più visibili (incluso l'associazionismo) e potenziano invece le forme di autorganizzazione su base familiare e intracomunitarie. Sono in gran parte giovani, senza lavoro, ma arrivano che già sanno parlare bene l'italiano.

E' alto anche il flusso degli studenti universitari (10 mila). Sembra un arretramento, ma in realtà si rivela un'impostazione «vincente». A cavallo del 2000, la situazione cambia, e oggi, è addirittura mutata di segno. Essere albanese non equivale più ad essere criminale. Le denunce nei sette anni che vanno dal 2000 al 2006, pur essendo raddoppiata la popolazione regolare, sono inferiori a quelle presentate in tutto l'arco dei dieci anni Novanta. E si riducono percentualmente rispetto a quelle di marocchini e romeni: così gli albanesi scivolano al terzo posto, dopo essere rimasti a lungo in testa nella hit parade del crimine straniero. Secondo il rapporto Caritas-Migrantes, oggi i reati penali (un sesto di quelli commessi da stranieri), sono addebitabili in larga misura alla criminalità organizzata albanese e non più a singoli, come dimostrano alcune fattispecie di reato, tipiche delle organizzazioni criminali (associazioni di tipo mafioso e traffico di stupefacenti). Su questo punto, però, il sociologo Marzio Barbagli è meno ottimista: «In relazione ai tassi di criminalità io sarei più prudente, anche se la Caritas sta svolgendo un lavoro importantissimo per la conoscenza del fenomeno».

Per la Direzione investigativa antimafia (Dia), inoltre, ormai la criminalità albanese si è concentrata sul traffico di droga dove svolge un ruolo da protagonista. Al tempo stesso, però, chi non delinque, cioè la stragrande maggioranza, dimostra di essersi ben integrato. «Sul luogo di lavoro l'albanese gode di buona fama: disponibile, affidabile, rispettoso dell'autorità e soprattutto disposto a lavori molto faticosi, rispettoso degli orari», spiegano ancora Ricci e Pittau. Oggi sono circa 420 mila, seconda comunità straniera per numero di presenze. L'area di maggiore insediamento con il 33,5% è il Nord Ovest, seguono le regioni centrali (27,2%) e quelle del Nord Est (26,8%). La collettività può essere così ripartita: 216 mila occupati, 15 mila lavoratori autonomi registrati presso le Camere di commercio (un dato che dimostra la presenza di un discreto nucleo di piccoli imprenditori), 101 mila minorenni, un quinto del totale. I rimanenti 88 mila sono in Italia per motivi di famiglia o in attesa di inserimento.

E' una comunità che mostra equilibrio tra uomini e donne, anche per effetto della ricomposizione dei nuclei familiari, e i più sono di giovane età, tra i 18 e i 40 anni. L'incidenza dei coniugati riguarda i due terzi della presenza ed è nettamente superiore a quella media del totale degli immigrati (+8 punti percentuali). Sono in aumento anche i matrimoni misti che, a differenza di quanto avviene per la maggior parte delle altre collettività immigrate, coinvolgono in tre casi su 4 i maschi albanesi. Non mancano segnali positivi anche da limitati flussi di ritorno in Albania. 500 sono i casi di reimpatrio assistito dal progetto «Welcome Again». L'obiettivo: assicurare un supporto agli albanesi rimpatriati volontariamente con accompagnamento al lavoro e alla creazione di microimprese.

M. Antonietta Calabrò
05 ottobre 2008

In calce annoto che, naturalmente, la repressione della criminalità e il mantenimento della legalità sono un'altra cosa e ci vuole grande rigore. In materia di legalità tuttavia chi si rende immune dalle leggi e dai processi, non può dare nessuna lezione a chicchessia.
Un caro saluto a tutti
I.

6 commenti:

Dario D'Angelo ha detto...

Vent'anni? Tempi troppo lunghi per uno spot televisivo, chi vuoi che si ricordi al momento di votare? :-)

Il cane di Jack ha detto...

Si io faccio finta di non capire e ci provo lo stesso :-)

diesis ha detto...

ciao cane di Jack, porta i miei saluti a jack
tale marina, en passant

Il cane di Jack ha detto...

Ho portato i tuoi saluti a Jack, sebbene, come ho scritto più volte, io non amo il mio padrone.
Grazie del passaggio
Isidoro

Frida ha detto...

Oggi ho visto un pò de "Le invasioni barbariche" di Daria Bignardi e c'era un ospite, da lei, un italiano nero , che ha detto una cosa, in fondo semplice, ma che mi ha fatto riflettere. E cioè che gli italiani non concepiscono che possano esserci italiani "diversi", di pelle nera nello specifico. Non riescono a superare questo pregiudizio. Che peraltro non è solo degli iraliani, naturalmente. Tant'è che lui, in Africa, dove ora vive e fa il giornalista, è oggetto di pregiudizio all'incontrario: non concepiscono che un nero parli, e sia, italiano. Ecco, è proprio questa la questione principale da risolvere per superare i pregiudizi che sono alla base del razzismo. E che vale per ogni integrazione delle varie "diversità", oltre a quella di pelle. Quante generazioni ci vorranno per abituarci all'idea che gli esseri umani sono esseri umani e basta?...
Ciao e un bacio
Frida

Il cane di Jack ha detto...

Probabilmente è sempre stato così nel corso della storia.
Dobbiamo fare sempre la fatica di Sisifo, cara Frida, anche nei confronti di noi stessi.
Non ci sono scorciatoie o modi facili per vincere la paura e l'ostilità nei confronti del diverso. E questa battaglia la dobbiamo combattere sempre dentro e fuori di noi.
Un abbraccio di solidarietà di fronte alla difficoltà della cosa.
Forse una cosa su cui si insiste poco è quella di mettersi nei panni del diverso: e se io fossi nato in un paese di neri, allattato da un seno africano, oppure se avessi visto la luce in un campo di nomadi, considerato straniero nello stesso luogo in cui ho giocato da bambino?
Mi piacerebbe ancora essere considerato un di più, senza diritto di vivere un'esistenza da uomo ma al più un paria oggetto di indifferenza e "pietosa" tolleranza?
I.