venerdì 31 ottobre 2008

Spazio e Tempo

Ultimamente ho un po' trascurato questo blog. Ora ho intenzione di rimediare: posto questo stralcio della voce di wikipedia dedicata allo spaziotempo. Non c'è molta poesia nell'immaginare tutto il continuum spaziotemporale come un "filone di pane". Già il grande "lungo fiume completamente ghiacciato" va meglio. Ma nemmeno quest'ultima metafora, a ben guardare, descrive compiutamente il fluire degli eventi. Per immaginare il divenire dobbiamo ridurlo a un cibo appetitoso oppure a un freddo e immobile ghiacciaio. Cose che comunque sono ferme e immobili, mentre noi sentiamo in ogni profonda fibra del nostro essere un incessante movimento. Eccovelo comunque questo confine tra ciò che si può immaginare e ciò che semplicemente si può scrivere in formule matematiche (ma non è una roba in cui sono particolarmente bravo).



Se immaginiamo di osservare tutto lo spaziotempo dell'universo nella sua interezza, immaginando dunque di "uscirne fuori" per guardarlo, esso assomiglia, per ricorrere ad un utile metafora, ad un filone di pane o a un lungo fiume completamente ghiacciato, nel quale ci sono le linee d'universo degli oggetti: la lunghezza è la dimensione temporale; per lo spessore e la larghezza ci sono gli eventi così come sono disposti nello spazio. Ricordiamoci che noi qui vediamo tutto lo spaziotempo, e dunque tutto lo spazio esistente e tutto il tempo (perlomeno del nostro universo - vedi Dimensione parallela e Multiverso), sia trascorso che futuro. Inoltre l'analogia precedente ha un errore di fondo (al quale però è impossibile ovviare): ogni fetta di un vero filone di pane, se si trascura la profondità (la "lunghezza" del filone), ha solo due dimensioni, mentre una "fetta" dello spaziotempo, se si trascura il tempo (allo stesso modo della profondità) comprende tutt'e tre le dimensioni spaziali. La "visione" immaginaria e "in contemporanea" di tutto lo spaziotempo esistente è detta dai fisici e dai filosofi visione "in blocco" dello spaziotempo o anche continuum spazio-temporale.

domenica 5 ottobre 2008

Gli ex cattivissimi albanesi

Tanto per dimostrare che dell'integrazione non bisogna avere poi tutta questa paura e che invece bisogna lavorare tanto sulle politiche non solo repressive nei confronti degli stranieri, riporto questo articolo del Corriere :

I nuovi albanesi d'Italia
«Ora non fanno più paura»
Sono 420 mila, più lavoro e meno reati

In meno di vent'anni, la prima grande ondata migratoria arrivata nel nostro Paese è stata assorbita e metabolizzata. Gli albanesi, prototipo degli immigrati «cattivi e violenti», non fanno più paura. Si sono integrati, lavorano, molti sono diventati piccoli imprenditori e dopo aver fatto «fortuna» c'è chi ritorna in patria per mettere a frutto il capitale economico e professionale acquisito da noi. È questo il quadro che emerge dalla ricerca «Gli albanesi in Italia. Conseguenze economiche e sociali dell'immigrazione» messo a punto da Caritas-Migrantes nell'ambito del progetto comunitario «Aquifalc» che ha finanziato il rapporto. «Lo si rileva dai dati sull'occupazione, sulle famiglie, sulle presenze a scuola, sugli stessi addebiti penali. È un esempio che fa ben sperare anche per gli immigrati romeni che hanno sostituito gli albanesi al vertice delle preoccupazioni degli italiani», sostengono Franco Pittau e Antonio Ricci curatori del dossier.

Con gli albanesi, nei primi anni Novanta, l'Italia scopre di colpo di essersi trasformata da nazione di emigranti in paese di immigrazione. Il flusso inizia in un clima di accoglienza. Sia nel 1990 (circa 800 rifugiati nell'ambasciata italiana) che nel marzo del 1991 (25.000 sbarcati in diversi porti della Puglia dopo la liberalizzazione dei passaporti) questi emigrati in fuga da un paese povero, stremato da una dittatura comunista feroce durata cinquant'anni, sono ben accetti. Ma il clima peggiora già quattro mesi dopo, in agosto, quando quasi 20.000 albanesi arrivati tutti insieme sul mercantile Vlora in cerca dell'Eldorado che avevano visto in tv, vengono rispediti a casa senza complimenti subito dopo lo sbarco. Chi non ricorda le immagini dello stadio di Bari dove vennero ammassati prima del rimpatrio forzoso? Quella nave aveva dato l'idea di una minaccia, di un'invasione, al pari del continuo andirivieni di gommoni e di scafisti che ne seguì. Ben 200.000 persone sono sbarcate sulle coste pugliesi tra il '91 e il 2000, secondo la stima del Consiglio italiano per le scienze sociali. E di queste meno di settemila l'anno sono state intercettate dalle forze di polizia e rimpatriate.

Cifre che hanno assicurato per molti anni all'Albania il primo posto nella graduatoria dei paesi stranieri in base alla pressione migratoria nei confronti dell'Italia. A ciò si è aggiunto un altro triste primato: nel 2000 gli albanesi sono il primo paese anche nella classifica degli stranieri denunciati per gravi reati (traffico di sostanze stupefacenti, spaccio, sfruttamento della prostituzione, stupro, omicidio), con una quota del 16,1%. Una cifra che combinata a gravi singoli episodi di criminalità, ha fatto sì che soprattutto dove sono più presenti, al Nord e al Centro, gli albanesi fossero considerati dagli italiani tanti, troppi. E molto «cattivi». A Milano si diceva che persino gli affiliati alla 'ndrangheta avevano timore degli albanesi. I più riescono a nascondersi nelle pieghe della nostra società per emergere in occasione delle regolarizzazioni (1995, 1998, 2002). Altri, invece, vengono espulsi e rispediti nel loro paese, dove sta capitando di tutto: crisi finanziaria nel 1997, guerra del Kossovo nel 1999, il conflitto nella vicina Macedonia. Sanno di non essere graditi, e così gli albanesi per rimanere nella loro «terra promessa» riducono le forme di socializzazione più visibili (incluso l'associazionismo) e potenziano invece le forme di autorganizzazione su base familiare e intracomunitarie. Sono in gran parte giovani, senza lavoro, ma arrivano che già sanno parlare bene l'italiano.

E' alto anche il flusso degli studenti universitari (10 mila). Sembra un arretramento, ma in realtà si rivela un'impostazione «vincente». A cavallo del 2000, la situazione cambia, e oggi, è addirittura mutata di segno. Essere albanese non equivale più ad essere criminale. Le denunce nei sette anni che vanno dal 2000 al 2006, pur essendo raddoppiata la popolazione regolare, sono inferiori a quelle presentate in tutto l'arco dei dieci anni Novanta. E si riducono percentualmente rispetto a quelle di marocchini e romeni: così gli albanesi scivolano al terzo posto, dopo essere rimasti a lungo in testa nella hit parade del crimine straniero. Secondo il rapporto Caritas-Migrantes, oggi i reati penali (un sesto di quelli commessi da stranieri), sono addebitabili in larga misura alla criminalità organizzata albanese e non più a singoli, come dimostrano alcune fattispecie di reato, tipiche delle organizzazioni criminali (associazioni di tipo mafioso e traffico di stupefacenti). Su questo punto, però, il sociologo Marzio Barbagli è meno ottimista: «In relazione ai tassi di criminalità io sarei più prudente, anche se la Caritas sta svolgendo un lavoro importantissimo per la conoscenza del fenomeno».

Per la Direzione investigativa antimafia (Dia), inoltre, ormai la criminalità albanese si è concentrata sul traffico di droga dove svolge un ruolo da protagonista. Al tempo stesso, però, chi non delinque, cioè la stragrande maggioranza, dimostra di essersi ben integrato. «Sul luogo di lavoro l'albanese gode di buona fama: disponibile, affidabile, rispettoso dell'autorità e soprattutto disposto a lavori molto faticosi, rispettoso degli orari», spiegano ancora Ricci e Pittau. Oggi sono circa 420 mila, seconda comunità straniera per numero di presenze. L'area di maggiore insediamento con il 33,5% è il Nord Ovest, seguono le regioni centrali (27,2%) e quelle del Nord Est (26,8%). La collettività può essere così ripartita: 216 mila occupati, 15 mila lavoratori autonomi registrati presso le Camere di commercio (un dato che dimostra la presenza di un discreto nucleo di piccoli imprenditori), 101 mila minorenni, un quinto del totale. I rimanenti 88 mila sono in Italia per motivi di famiglia o in attesa di inserimento.

E' una comunità che mostra equilibrio tra uomini e donne, anche per effetto della ricomposizione dei nuclei familiari, e i più sono di giovane età, tra i 18 e i 40 anni. L'incidenza dei coniugati riguarda i due terzi della presenza ed è nettamente superiore a quella media del totale degli immigrati (+8 punti percentuali). Sono in aumento anche i matrimoni misti che, a differenza di quanto avviene per la maggior parte delle altre collettività immigrate, coinvolgono in tre casi su 4 i maschi albanesi. Non mancano segnali positivi anche da limitati flussi di ritorno in Albania. 500 sono i casi di reimpatrio assistito dal progetto «Welcome Again». L'obiettivo: assicurare un supporto agli albanesi rimpatriati volontariamente con accompagnamento al lavoro e alla creazione di microimprese.

M. Antonietta Calabrò
05 ottobre 2008

In calce annoto che, naturalmente, la repressione della criminalità e il mantenimento della legalità sono un'altra cosa e ci vuole grande rigore. In materia di legalità tuttavia chi si rende immune dalle leggi e dai processi, non può dare nessuna lezione a chicchessia.
Un caro saluto a tutti
I.

sabato 20 settembre 2008

Catania/Crac 2

Linko l'articolo di Gian Antonio Stella.

A questo punto non so che augurarmi. Una maggioranza schiacciante di cittadini catanesi, di recente, ha votato l'attuale amministrazione, consegnandole una fiducia e un consenso sconfinati. I catanesi hanno voluto che il dissesto si verificasse sotto un'amministrazione di centro-destra. Io non lo avevo capito e pensavo il risultato così netto delle elezioni fosse dovuto alla straordinaria abilità dei catanesi di stare con il più forte o con quello che considerano tale. Dall'altro lato, è stato lo stesso centro sinistra, spaventato che magari gli venisse accollata una parte di responsabilità, a ritirarsi dallo scontro elettorale (perchè in pratica di un gettare la spugna si è trattato).
Magari l'attuale sindaco avrebbe preferito non avere tutti questi voti e avere ancora un nemico comunista a cui addossare la responsabilità dell'accaduto.
Ora, si batte alla cassa del Presidente del Consiglio che, ora, dovrebbe tirare via le castagne dal braciere. Ebbene, penso che nemmeno lui nella sua quasi divinità, possa farlo, a meno di non creare una KAI per Catania, sperando che i comunisti non dissipino con qualche stregoneria sindacale il lavoro fatto, magari pretendendo di fare una trattativa che non sia del tipo "prendere o prendere altrimenti ti do del comunista bastardo".
Io credo che a Berlusconi bisognerebbe ricordare questo semplice concetto: in occasioni come queste bisogna essere chiari con sé stessi e assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Nessun catanese è responsabile dell'accaduto perchè la colpa è tutta del medico personale di Berlusconi, che è andato via. Allora è necessario che Lui paghi, con i soldi dello Stato (ovviamente), tutti gli errori commessi dal suo dottore. Altrimenti perchè gli avremmo votato il medico personale come sindaco e perchè avremmo votato in massa i suoi partiti?

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In questo video trovato su youtube e intitolato
"Catania: ultima frontiera. Della cattiva amministrazione." a un certo punto compare un manifesto elettorale: "i disagi di oggi saranno ricompensati dai benefici di domani!"....




e guardate anche questo che non ho il coraggio di inserire ma linko soltanto....

martedì 16 settembre 2008

Debiti stupefacenti

Ci sono cose che proprio non riescono ad entrare in questa mia zuccaccia maledetta. Una di queste cose è come l'economia moderna, globalizzata, informatizzata, finanziarizzata possa fondarsi così tanto sui debiti. Non ho la competenza per scrivere un articolo di economia, tuttavia penso che un'economia sana dovrebbe basarsi sui prodotti, sulle innovazioni, sulla risposta ai bisogni della gente, non sul debito. Ora siamo arrivati a una crisi finanziaria di vasta entità, che alcuni paragonano alla grande depressione del 1929.
Da profano sto cominciando a pensare che indebitarsi per la gente, per gli enti pubblici, per gli stati, per quasi tutti gli operatori in campo finanziario sia una specie di tossicodipendenza. Il bello è che chi non vuole o non può indebitarsi viene considerato un mutante o un alieno. Qualche tempo fa ho acquistato un'utilitaria in contanti e ho visto bene il venditore guardarmi con aria di grande disapprovazione :-) .... ma io me ne sono fregato... Chi in questi anni di grande sperpero non ha potuto indebitarsi ha ovviamente sviluppato sensi di inferiorità o di colpa e stare in affitto è diventata quasi una macchia nella morale della persona. Andare in giro con macchine vecchie e scassate, roba da accattoni.
Noto anche che la follia collettiva dell'indebitamento non mette al sicuro le poche formichine che sono rimaste in giro. I risparmiatori che a suo tempo investirono in Cirio, Parmalat, bond argentini ne sanno qualcosa: paradossalmente chi risparmia è meno al sicuro di chi si indebita e, alla fine, non ha più niente da perdere.
Ora non so come andrà a finire ma so perfettamente che alla fine del ciclo qualcuno parlerà di rifondare l'economia mondiale su basi nuove, ci saranno nuove e ferree regole che impediranno l'emissione di titoli e mutui “spazzatura”. Gli stati cominceranno di nuovo a ingerirsi pesantemente nell'economia e così via. Ma sono anche sicuro che poi il capitalismo comincerà a dimenticare che l'economia è fatta di prodotti, di beni e di cose utili e comincerà di nuovo ad assumere vecchie e nuove droghe finanziarie. O forse no, nessuno ha la palla di vetro e il futuro è sempre altro da ciò che pensiamo e ciò impone, nel lungo periodo, il metodo della speranza. Nel breve periodo però, visto quello che sta succedendo, mi sembra ridicolo essere ottimisti.
Un saluto a tutti
I.

venerdì 12 settembre 2008

La prova negativa

Vorrei solo fare notare che quello della bambina greca scambiata per Denise è l'ennesima prova negativa che gli "Zingari non rubano bambini", a meno che non siano figli loro. Purtroppo mille prove negative non bastano a confutare questa leggenda metropolitana (un esempio di "probatio diabolica", mentre dovrebbero essere coloro che affermano colpe altrui a provarle).
Invece nessuno guarda le statistiche che ci danno un quadro obiettivo della situazione.
Sulla ex presunta Denise ho piacere di citare l'articolo de Il Giornale, tanto per non dare voce sempre a fonti "comuniste" come l'Unità, il Corriere o La Repubblica.
Sul fenomeno dei minori scomparsi fornisco questo link al sito della Polizia di Stato.
Un saluto a tutti
I.

lunedì 8 settembre 2008

Al futuro

Di tanto in tanto è utile, o per lo meno fisiologico, fermarsi e chiedersi che cosa sia la coscienza di sé, cosa l'intelligenza e cosa la creatività: insomma cosa sono, cosa siamo?
Forse man mano che progredisce la conoscenza delle cose gli studiosi sono costretti a fare sempre di più i conti con il caos e la casualità.
Per esempio: Sappiamo da diverso tempo che quello che siamo ad un certo punto della nostra esistenza è il frutto dell'azione congiunta di almeno tre componenti individuali: quella genetica, quella rappresentata dalle nostre esperienze di vita, consapevoli ed inconsapevoli, , più una terza di natura essenzialmente casuale ... le tre componenti praticamente si equivalgono, cioè sono tutte e tre egualmente influenti e da mettere sullo stesso piano... (Come nascono le idee – Edoardo Boncinelli – Editori Laterza – pag.55)
E' verosimile quindi che una parte molto importante di ogni persona sia originata non da una vera e propria causa come la intendiamo noi, quanto dalla necessità di divenire anche in modo casuale qualcuno. Ad un certo punto l'insieme di tutte le potenzialità precipita in qualcosa, ci sia o no una causa.
A quanto pare non esistono due individui identici (i gemelli omozigoti, per esempio, hanno diverse impronte digitali). Questo forse può rappresentare una sfida e una garanzia, perchè ci permette di essere pressocché sicuri che non esiste l'uomo “definitivo”. Una barriera è stata costruita dalla natura contro le ideologie e contro il conformismo e questo ci permette di essere certi che nasceranno molti geni ribelli per dare una mano di colore o di tanti nuovi colori a questo mondo grigio.
Notte
I.