Devo per prima cosa raccontare ai nostri lettori come ci siamo conosciuti. Tu sei stato acquistato da mia madre dal fruttivendolo e venditore di ortaggi, detto "u Biondo". Quando sei giunto alla sua bancarella dal mercato ortofrutticolo ti sei chiesto subito come mai lo chiamassero così. Nemmeno io l'ho mai capito, visto che si tratta di un vecchietto canuto. Questa comunque è un'altra storia. Appena ti ho visto dentro quel sacchetto di ortaggi ho subito capito che ti portavi dentro un peso e che questo dolore interiore ti avrebbe impedito di essere mangiato con gusto da me o da un altro della mia famiglia. Ho deciso immediatamente di toglierti dal "coppo" di carta dove ti avevano infilato quasi a forza. Dal tuo colorito rosa smorto ho capito che avevi un problema di tossicodipendenza. Ricordi? Ti ho chiesto anche: tu guidi o ti hanno ritirato la patente? Hai precedenti penali?. Ti sei offeso, ma con compostezza dicendomi di essere un onesto pomodoro, cresciuto sotto il sole della Sicilia. Questo mi ha fatto pensare che avevi il problema del tabagismo. Se uno quando si incazza non si sente Dio, e non ha la voce alticcia e l'andatura ondeggiante di un ubriacone, è facile che abbia solo il vizio del fumo. Ti ho preso tra cinque dita, ti ho avvicinato al naso e ho sentito il tipico puzzo di catrame che confermava il mio sospetto. Peccato: avresti potuto essere un pomodoro così saporito... -Vuoi smettere?- ti ho chiesto. -Non voglio.- hai risposto, con tono deciso -non è mica colpa mia se sono cresciuto vicino a una pianta del tabacco-. -Questa è incredibile!- ti ho detto. -Si è vero, ho detto una bugia. E' stato una melanzana, compagna di cella frigorifera, a convincermi a fumare la prima sigaretta, nel lungo periodo di detenzione che ha preceduto la nostra vendita - -Questa diciamo che è più verosimile. Te la dò per buona-
Ogni tanto mi vengono delle idee. Cerco di non fare distinzione tra quelle buone e quelle cattive. Oggi è così raro avere un'idea, che sprecarne una, buona o cattiva che sia, sarebbe un lusso. Mi ricordo che nel cassetto mi è rimasto un cerotto, residuto di uno dei miei ultimi tentativi di smettere di fumare. Cerotto alla nicotina! Pensate alla fortuna: se mi fosse rimasta una pastiglia da sciogliere in bocca oppure una gomma da masticare, non avrei potuto far niente per il mio povero pomodoro tabagista. Ma mi è rimasto un cerotto e posso appiccicarglielo sopra. Lui si oppone e mi dice di no. Fa quasi pena, si appella persino alla Costituzione, recitando con voce tremante l'art. 32: Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario bla bla". Rispolverando vecchi ricordi dei miei studi di giurisprudenza, gli dico che intanto lui non può, a stretto rigore, essere considerato un individuo a norma del comma primo; che anche a voler ritenere applicabile la Costituzione in caso di frutta e verdura, ci sono orientamenti recenti che propugnano cure obbligatorie a coloro che si trovano in stato vegetativo permanente (chi più di un pomodoro si trova in tale stato?); che comunque la Costituzione è stata abrogata ormai da parecchio tempo. E, alla fine della mia arringa, affermo con forza il mio diritto a decidere del suo destino -Hai tu braccia, mani, gambe, cuore e un cervello? No? e allora comando io!- La storia è finita male. La mia non è stata una buona idea. L'ho trovato marcito dopo una settimana dento lo stipetto in cui lo avevo riposto, con il cerotto alla nicotina ancora attaccato. Avrei dovuto far finta di niente. Fosse andato a finire nel "coppo" di un altro più distratto, sarebbe stato fatto a pezzi e mangiato nel giro di poche ore. Così invece... che spreco!
A volte uno sente il bisogno di rivestirsi. E tanto difficile capirlo per te? Si è vero, mi sento beato nel tuo corpo nudo che si strofina al mio, quando non riusciamo a farci male nemmeno quando ci proviamo fortemente. Ma ogni tanto uno sente il bisogno di rivestirsi. Capita che uno si mette i calzini e le scarpe e va in bagno a fare una bella pisciata, alle tre di notte. Il mondo è tutto silenzioso e quel rumore è quello che il mondo sa dirti in quel momento, un po' poco insomma anche se pregno di significato. Tu sei di là che dormi nel letto, inconsapevole dei miei dubbi. Ci tenevi tanto a dormire con me una notte, ma io lo sapevo che sarebbe arrivato il momento in cui la mia vescica mi avrebbe sorpreso mentre dormivi. Non sapevo però che i miei dubbi avrebbero preso le sembianze di una stanza da bagno e le voci interiori si sarebbero materializzate nel rumore che fa un piccolo getto di liquido giallo quando incontra altro liquido. Ho capito. Ora torno di là e non ci penso più. Mi addormenterò stanotte con l'intenzione di non ripetere mai più quest'esperienza, almeno con te. Ogni incertezza, al riguardo, è fugata. Ora lo so. Gianni una volta al bar - i tre soliti amici- ci parlò del rocchetto di Ruhmkorff. Non capivo molto di cosa fosse e a che servisse. Avevo capito che ci voleva molto fil di ferro e molto rame, un sacco di tempo e un po' di follia per costruirne uno con le proprie mani. Avrei voluto che si innamorasse tanto della sua idea da spingersi temerariamente nel campo di quelli che riescono a finire le cose. Invece qualche mese dopo spuntò con l'idea di costruirsi una canoa e io riuscì a stento a trattenermi dal dargli uno schiaffo. E questo anche se l'idea di costruirsi una canoa è bella lo stesso, ma non è questo che mi fa incazzare; è che mi detesto anch'io quando comincio mille cose e non ne finisco una. Come questa notte che sono passati solo venti minuti da quando mi sono alzato l'ultima volta e ora non trovo il modo di alzare il tuo braccio dal mio petto, perché mi scappa di nuovo. Ora questo pensiero del rocchetto di Ruhmkorff è diventato quasi un sonno agitato in cui vedo che fine farà il nostro rapporto. Finirò con il restarti accanto nudo stanotte anche se fa un po' freddo e ti sei tirata la coperta tutta dal tuo lato. Lo faresti tutte le notti? Credo di si, anche se il tuo leggero russare fa pensare che tu voglia dire di no, che le circostanze eccezionali, la felicità mista alla fatica fisica delle nostre follie amorose, ti hanno spinto a tanto; e che non succederà più che tu tenga la coperta tutta per te. Io però ho delle intermittenze nella testa e alterno momenti in cui capisco tutto e ho tutte le chiavi che possono spingermi per la diritta via e poi, in qualche istante, mi perdo lontano o mi distraggo sognando il tuoi seni e la tua pelle morbida. Anche di te tuo fratello diceva che non riuscivi a tenerti gli stessi amici per tutta la vita e tu lo accusavi della cosa inversa e cioè che lui aveva avuto una vita noiosa, giornate sempre con lo stesso canovaccio, stesse battute, stessi rapporti di forza, stesse persone, fino a quando la moglie non lo aveva lasciato colpevole di non aver voluto un altro figlio. Nella bobina di Ruhmkorff, su un nucleo fatto di fil di ferro dolce vengono avvolti due strati di rame isolato, poi un numero grandissimo di giri di filo di rame, isolato con seta, del diametro di circa un decimo di millimetro. In realtà non so niente di elettrotecnica e, se non fosse stato per Gianni, avrei vissuto tutta la vita senza sapere niente del signor Ruhmkorff e del suo rocchetto. Però effettivamente ci vorrebbe molta pazienza ad avvolgere le spire a mano. Non riesco a immaginare come Gianni da solo avrebbe potuto concludere quel lavoro immane. Perché poi? Forse non era una buona idea nemmeno all'inizio. Invece io non mi stancherei mai di accarezzarti questa bella schiena e di proseguire più in basso e più in dentro, con delicatezza, cercando, ma nemmeno troppo, di non svegliarti. Chissà se il sole sorgerà domani? Della cosa conservo una certezza irrazionale. Ma non so nemmeno se sarà lo stesso Sole di oggi o se qualche forza maligna lo trasformerà in una nova destinata a irradiare luce, energia e distruzione per secoli e millenni e milionate di anni di luce. So solo che questo tuo leggero russare mi tiene sveglio e mi preoccupa. E' amore. E' solo una piccolissima possibilità che per qualche picosecondo il mio cervello abbia scordato la propria individualità e si sia perso nelle spire molteplici di una possibilità di vita, con te.
A voi ancora nessuno l’ha detto. Giovedì scorso uno sciabecco pirata, armato a tre alberi, convele latine e ventiquattro cannoni pronti a frantumare il legno nemico, barbaresco, di Tunisi si disse, pieno di settantacinque pirati dalle facce cattive è entrato nel porto turistico di Riposto. Manovra veloce col vento a favore, si mette di fianco e dodici bocche fan fuoco sulle barche ormeggiate. Erano ricchebarche di ricchi. Dovevate vedere come piangevanoe urlavano, com’erano atterriti, nessuna difesa, hanno lasciato le loro belle barche farsi spezzare, depredare e incendiare. Bello spettacolo che mi ha fatto in un certo senso contento (non me ne vogliano i riccastri proprietari delle belle barche a motore, è solo ilsogno che uno sciabecco pirata a vele e remi entri nel porto e si prenda la sua luminosa e fiammeggiante rivincita sul tempo e sulla noia). Quei malefici pirati barbareschi hanno occupato il faro ed il molo foraneo durante la notte, alcuni di loro armati di spade e archibugi. All’alba è entrata la nave, come dicevo, svegliando tutto il paese con il bombardamento. Entrano, violentano e rubano (non me ne vogliano i bruni pirati, che per loro rubare è diritto di guerra e di mare). Catturano uomini e donne da farne schiavi. Violentano Angela del Bar Tabacchi, cinquant’anni suonati e bionda (non capisco perché le donne di una certa età si tingono i capelli di giallo, riesco a capire chi c’è nato biondo, ma se uno ingrigisce e vuole cambiarsi il colore, perché proprio il giallo?). Ai pirati barbareschi, brutti ceffi, gente veramente cattiva, è piaciuto farle la festa, allargarle le gambe e penetrarla con la violenza di chi è stato per mare e sono mesi che non vede una donna. Lei, durante le copule faceva dei gridi pazzeschieio non capivo se era morte o era vita, dolore, terrore o allegria. Giovedì scorso, mentre i Carabinieri chiamavano la Polizia di rinforzo e la Polizia non voleva credere che fossero entrati i pirati a Riposto (l’ispettore Bozza di turno al Commissariato, si sbellicò dalle risate e non voleva credere a quello che il Maresciallo Buozza, suo omonimo o quasi, gli raccontava e soprattutto non riusciva a immaginare un mucchio di pirati barbareschi, all’inizio del molo foraneo, addosso alla Signora Angela, quella del bar tabacchi, proprio la signora bionda e antipatica che non mi è mai piaciuta -non me ne voglia la signora Angela, che non si chiama così, almeno spero, ma lei non mi è mai piaciuta perché già i commercianti non mi sono troppo simpatici, figuriamoci quelli che non sorridono mai e magari ti scambiano per uno della finanza e ti fanno uno scontrino miserabile e amaro che fa pendant con il caffè). Il passato giovedì, il Commissario Bellaversione e il Tenente dei Carabinieri, Migliore-già un carabiniere era stato passato a fil di spada e gravemente ferito e il cannone di prua dei pirati aveva centrato in pieno la camionetta della Polizia arrivata di rinforzo a controllar la situazione- hanno tentato una trattativa con i pirati. Quelli però sono uomini di mare, abituati alla violenza e alla morte, e non se ne vanno finché non hanno caricato la stiva di schiavi e d’oro, insomma di qualcosa che abbia un valore, da rivendere in Africa, ché anche loro hanno famiglia e il padrone della nave –che osserva da sotto la sua tenda a colori, posta a poppa dello sciabecco, anche qualcosa in più:harem di sei mogli. Difficile comprendere la lingua dei pirati, dialetto arabo antico che nemmeno Mohamed il tunisino, venditore al dettaglio di cacciaviti e copricerchioni, chiamato da interprete, è riuscito a tradurre. L’unico successo fu ribadirsi che Hallah è grande e Maometto il suo grande profeta e niente, nessuna parola, che potesse accelerare la partenza della nave pirata da questo anno duemilaquattro non suo, da questo paesetto quasi cristiano della Sicilia orientale. Sono abili i pirati a tagliar teste eparti del corpo. Oggi le teste vengono tagliate coi coltelli, con crudeltà che non è dei tempi andati. Mozzar teste di netto con spade affilate, con una certa eleganza senza ostentazione inutile, senza filmati trasmessi via internet (Non me ne voglia chi col volto travisato, dopo tante blaterazioni, taglia le teste coi coltelli affilati; è pur sempre un sogno, di uno sciabecco pirata con equipaggio di uomini che conoscono la violenza del mare e del vento; che violentano donne bionde e aggrinzite, che fanno schiavi e che gettano per mare inutili telefonini e mostruosi portatili). Quando è stato il tempo, il giovedì, al tramonto, quando la nave non era troppo leggera o troppo pesante (i pirati sono esperti uomini dimare e sanno quanto caricare la nave), i remi hanno cominciato a vogare e veloce com’era arrivato, issate le vele appena uscito dal porto, lo sciabecco se n’èandato dallo stesso punto esatto da cui era uscito, scomparso nel mare. Ho il ricordo ancora vivissimo di uomini cattivi e duri, con facce da pirati. Ecco con facce, non banditi feroci con il volto nascosto da un passamontagna da squagliarci dal caldo, mentre si fanno discorsi, mentre si taglia la testa ad un uomo per far comprendere solo a tutto il mondo che la testa di un uomo non è così importante da vincere la guerra) Ho il ricordo di un pirata dal ghigno d’acciaio chesi avvicina impugnando la spada e mi guarda. Probabilmente io e gli altri vicino a me, non siamo buoni per fare gli schiavi. Si vede che siam povera gente e nessuno pagherebbe un riscatto in euro privi di senso. Potrebbe uccidermi, ma se ne va. Torna per mare col suo sciabecco. Posata la spada tornerà a remare, verso il porto di Tunisi o chissà dove. Venerdì scorso ancora le barche fumavano, tutti giovani e vecchi, poliziotti e carabinieri, donne quelle violentate e quelle ignorate e tutti, i poveri e i ricchi, ci siamo guardati negli occhi. Troppo strano che uno sciabecco pirata sia entrato in quel porto, che abbia fatto tanti disastri in un giorno. Quella storia del cannone di prua della nave pirata che, con un colpo solo (un cannone di bronzo, di bronzo! capite?),ha centrato la camionetta della Polizia è troppo difficile da scriverci un rapporto, e poi, chi si denuncia: ignoti pirati a bordo di uno sciabecco dell’anno 1701? Tutti sono d’accordo a non fare parola. I morti, i feriti, gli scomparsi, li nasconderemo in qualche spazio nascosto del cuore, li copriremo con un sogno allucinato e quelli che devono riposare, riposeranno in pace. Io solo racconto una parte di storia. Io solo. Ma nessuno mi prenderà sul serio e anzi io stesso dico che questa pagina scritta non è vera. Lo nego decisamente. Non c’ero. Ho scritto quello che ho scritto in preda a una crisi di astinenza da fumo, perché i pirati hanno preso le sigarette che c’erano in città e le hanno portate con sé verso quel porto di Tunisi dove approderanno tra poco. [scritto nell'anno 2004]
Una delle cose difficili dello scrivere consiste nel macchiare un’immagine bianca di nero, dando un qualche senso e una certa coerenza a questo insieme di pigmenti o di pixel. Mi dicevi che il mio modo di scrivere ha qualcosa di nero. Non so se sia una critica o un complimento, ma so che il nero è il colore della scrittura, di quella che dura e trasmette i sentimenti.
Io oggi mi sono sorpreso a sbirciarti le gambe. Pensavo che non sei una bellissima donna e saresti anche poco sexy, se non fosse per il fatto che penso spesso di fare l’amore con te. Se mai leggerai questo post, ti chiedo di perdonarmi, sia della confessione che del fatto che ti guardo le gambe; e anche di utilizzare questa mia debolezza come fonte di ispirazione Potrei considerarti una delle tante fantasie irrealizzate della vita e invece scrivo per te, qualcosa che in qualche modo è frutto di quelle fantasie.
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Oggi, dopo che è successo, ho appoggiato i gomiti sul tavolo, ho preso la testa fra le mani e ho pensato che è stata una delle giornate più brutte della mia vita. Avevo una voglia matta di fuggire. Avevo anche veramente voglia di piangere e, pur cercando di guardare la cosa con un certo distacco, avrei voluto svegliarmi come dopo un brutto sogno ma non riuscivo affatto a togliermi di dosso l’impressione appiccicosa che gli altri mi guardassero. Penso ancora di essere importante per te e che comunque non parlarti di queste cose che mi si agitano dentro sia stata la cosa più giusta da fare. “La vita è troppo breve per lasciarsi sfuggire l’occasione di dire la verità sui propri sentimenti”: l’ho sentito in televisione ma non mi sembra una gran verità. Nessuno crede che io ti ami. Tutti hanno guardato solo all’aspetto ridicolo della cosa. Non ho voluto fare la solita routine del corteggiamento e aspettare che tu accettassi o rifiutassi. Ho guardato con occhi razionali ogni aspetto della vicenda e quello che ne ho ricavato è stata la scelta di stare in silenzio. D'altro canto -dicono- l'amore porta con sé l'esclusività. Io però ho continuato e continuo anche oggi a guardare tutte le altre. Questo stramaledetto vizio di scrivere mi ha fregato. Ho preso degli appunti su di te: so come ti chini sul tuo uomo e di come lasci che lui ti copra con il suo corpo, fino a renderti quasi nulla, a scioglierti passiva come il principio femminile dell’universo. Di te dai questa immagine di donna quasi asessuata e poi invece qualcosa del tuo sguardo rivela come riesci a provare piacere da ogni singolo sguardo o toccamento e di come, tu, così piccola, invada di eros il luogo fisico in cui fai l’amore. Riempi lo spazio vuoto tra le pareti, il pavimento e il soffitto, per farti respirare da lui. Perché poi scrivere il tuo nome su tutti quei foglietti e lasciarli qua e là come se avessi voluto farmi scoprire? In tutto questo tempo avrei voluto dirtelo, ti giuro, e non avrei mai voluto che la cosa divenisse di pubblico dominio in questo modo. Ora tutti ridono. Ma ogni volta che ci vedevamo sapevo di non dovertelo dire. Non so perché ne ero così certo. Dell’amore non si ride mai, a meno che questo mio sentimento non sia amore ma solo una fantasia che si è ingigantita nel corso del tempo. E pure tu con certe tue dolcezze e tenerezze, mi hai fatto pensare. No, non è colpa tua. Io sapevo che tu eri innamorata non di me. Così scelgo di non pensare che tu mi abbia illuso. Eppure, sai, non tutte sono come te. A volte commettono degli errori, come me, come tutti. Io ho commesso l’errore di violare il tuo corpo e la tua mente con i miei desideri e tu quello di lasciarti violare, senza riuscire ad ammetterlo nemmeno a te stessa. Ricomincia. Anche se ho appena vomitato anche l’anima e la testa mi gira da impazzire, ho ricominciato a pensare al tuo corpo e a vederlo come è. Il foglietto che è stato scoperto nel mio cassetto conteneva un disegno e quel disegno ti raffigurava perfettamente. Io non ho mai saputo disegnare, nemmeno un albero o una casetta. Eppure il tuo corpo minuto penetrato dal mio mi è venuto di getto, un’autentica opera d’arte. Tu dicevi tante cose, ma io credevo di non sapere ascoltare e soprattutto non riuscivo a capire. Ora che ti ascolto, capisco che non mi avresti mai creduto capace di una cosa come questa e che ti vergogni molto e che non sai come riuscirai a tornare al lavoro domani. Certamente devo essere matto se penso che dietro tutta questa rabbia ci sia un sorriso e che tu in questo momento mi voglia come mai hai pensato di volermi. Sono di nuovo in un mondo mio e tu ci sei. Continui a parlare mentre ci spogliamo e il sole tramonta in questa campagna profumata. Siamo già nudi, sai, e io sorrido e mi sento molto allegro e furbo. Poi finisce, torno qua e ti dichiaro: “io non ti amo, non ti ho mai amata, il nostro è un bellissimo rapporto di amicizia”. - “E il foglietto?”, mi chiedi. - “Non so, io non ho mai saputo disegnare, nemmeno un albero, nemmeno una casetta, chiedi a chi vuoi, facciamo qualunque prova. La verità è che non ho mai saputo disegnare”.
Io non vedo i basalti del corso principale di questo mio paese. Non li vedo perché sono neri e il nero è un non colore. Ancora il nero. E questo nero ha ricoperto la bianca carta che c’era sotto. Qualcuno ha voluto scriverci un tratto, o disegnare una stanghetta che va dal mare a un quarto di collina. Nascemmo qui circa quaranta anni fa. Per la precisione, quando io nacqui, tu eri già nata da un paio di anni e sgambettavi già come un maschiaccio per la grande strada cittadina. Ecco mi viene l’ansia di far presto, di farti crescere e diventar donna, perché forse sono partito troppo da lontano, o forse perché già sono stanco dei preliminari: tu sai quanto mi piace fare sesso con te. Persino, a volte, mi è anche scappato un “ti amo” sussurrato. Noi due siamo questo: da una parte il mare e dall’altra la montagna. Tu pensi di essere il mare? Io non credo che si sappia con precisione quello che è liquido e quello che è roccia e lava. Certo siamo sembrati strani come quelle grandi colonne di vapore che si alzano, quando il fuoco lambisce l’acqua e gli altri capiscono poco e nulla di quel che succede nel punto di incontro Quando ti ho conosciuta, tu eri ragazzina e io quasi adolescente. Tu dici che ero già grande e cresciuto, ma, se ben ricordi, ero timido e introverso, poco pratico con le donne. Le mani però andavano da sole, erano ansiose di scoprire cosa c’era al di là delle vesti, fino a quel giorno, vallo, trincea e diga dei desideri. Io mi ricordo che c’era un albero alla Villa Bellini e c’era una quercia vicino casa mia e tu ti ricordi che io puzzavo un po’ di legna bruciata, di muschio e di terra. Mi sono sentito troppo lavato quando ci siamo incontrati di nuovo, troppo cittadino. Se me lo avessi detto allora, invece sarei scappato per la vergogna e mi sarei messo a piangere. Secondo me ci laviamo troppo e il nostro odorato si è disabituato a distinguere i sentimenti delle persone e certi aspetti del loro carattere. Eppure, anche io sentivo i tuoi odori forti e neri, anche se tu eri più cittadina. E li sentivo molto più di oggi: vuol dire forse che i nostri sensi erano più svegli? Non dico altro, perché soffro ormai di troppe parole o di troppo poche.
Continuavo a guardarla. Lei aveva un corpo alto e molto più morbido di come mi era sembrato la prima volta, quando l'avevo guardata che indossava i vestiti. Lunghi capelli neri scendevano lungo le sue spalle e la pelle luccicava, come raramente ho visto, di un colore strano, che non saprei chiamare in nessun modo, una specie di confusione trabontà e lussuria. Mi avvicinai da dietro e feci scendere la mano lungo laschiena. Lei mostrò di gradire il contatto e aderì al mio corpo mentre con le labbra andavo a cercare la nuca tra i capelli; cominciai da lì una lenta discesa. Misi la testa fra le sue gambe allargate e non ci volle molto, come sapevo sarebbe avvenuto, che lei fu scossa e provò piacere, tendendo tutti i muscoli, molto più di qualche secondo, e terminando in un abbraccio morbido alla mia persona.
L’avevo conosciuta qualche mese prima in rete. Parlava sempre poco. Diceva di sentirsi sola. E anche che io avevo negli occhi qualcosa che altri non avevano. Sosteneva che l’avevo compresa, anche se io non sono mai riuscito a comprendere, esattamente, quello che avevo compreso. Era anche molto più bella di me.
Al telefono non riuscivamo a dire mai più di venticinque parole. Ma se tra le mie dodicivirgolacinque parole c’era “vediamoci”, tra le sue c’era sempre un si. Almeno fino a quando è durata.
Dovevo averla colpita con qualcosa che non sapevo di avere e che non conosco ancora. Forse i miei giochi di lingua, orbite e atterraggi sul clitoride. Eppure per altre non è stato così.
Tanto non c’è niente da capire.
Rimasi pensieroso. Quella cosa era successa poche settimane prima, ma, pur essendo il ricordo ancora eccitante, malinconico e molto voluminoso dentro la mia testa, sembrava essere successo in un posto lontano. Mi sovvenivano facilmente le impressioni e le immagini, mi eccitavo ancora tanto nel ricordare la luce della sua pelle e mi masturbavo anche e piangevo insieme. Ma c’era qualcosa di strano nello sfondo del campo visivo, un certo qualcosa che cercava di sfuggire con intelligentiartifizi e raggiri.
E mentre ero in preda a quell’ultimo solitario orgasmo, ricordai. Ogni volta che avevo goduto di lei, contemporaneamente il terrore mi aveva inciso le ossa, perché… perché avevo intuito che era un’aliena.
“ Novanta centesimi” – disse il giornalaio.“Ecco” – Risposi dopo aver aperto il portamonete. Epensai che tutto sommato potevo essere solo impazzito.
Poi gli occhi andarono su una foto. Il giornale parlava del passaggio di una cometa appena scoperta, che entro pochi giorni sarebbe stata visibile da tutto il mondo. Alcuni addirittura parlavano di un rischio di impatto. L’astronomo dilettante che l’aveva scoperta l’aveva chiamata “Laura” . - Proprio come lei, proprio come lei - gridò una voce nella mia mente mentre il cuore cominciò a battere forte e il sudore comincio a inzupparmi camicia e mutande.
Avevo sempre detestato i film di fantascienza, quelli che parlavano di alieni soprattutto. Avevo in odio Star Trek, Spock, Guerre Stellari e Matrix, ma in quel momento, ti giuro, avevo la netta impressione di aver subito il controllo pesante di qualcosa di completamente altro da me, di un'altra specie, di un altro mondo.
Dunque nel cielo era apparsa “Laura” e sarebbe scomparsa in un istante astronomico. Nella mia vita era apparsa Laura e la storia era subito finita, dopo qualche orgasmo meraviglioso e terribile, che tuttavia non doveva essere stato granché su scala cosmica. Sentivo che in qualche modo, impossibile da percepire con il mio apparato di cinque sensi, i due fenomeni erano connessi e fusi insieme e che anzi, si era trattato di due manifestazioni diverse dello stesso sostanziale avvenimento.
Ora ti ho raccontato la mia storiae hai capito anche perché ho preso in ostaggio i due poveri astronomi di questo osservatorio. Sono certo di poche cose ormai. So di aver fatto l’amore con Laura. So che Laura è il nome di una cometa transitata qualche tempo fa per i nostri cieli. Sono certo chele donne sono tutte aliene, che sono tutte stelle comete. Sono certoanche che, malgrado qualcuno trovi la cosa romantica, un osservatore imparziale non vi vedrà che velocissimi oggetti di ghiaccio.
Ma devo ancora vederla, studiarla, afferrarla, capirla, farle un cenno, implorarla che ritorni, masturbarmi, piangere e ricordare, prima che si perda e torni ai margini esterni del sistema solare, dove vagherà trecent’anni prima di tornare ancora.
(A Giovanni per il quale non ho saputo fare di meglio che dargli 50 centesimi e a tutti i Giovanni ubriachi, a mo’ di preghiera)
Mi chiamo Uno, ma non sono il principio. Sono solo uno degli ultimi. Giovanni, l’ubriaco, come al solito, cammina. Un mondo pieno di immagini opache e distorte. Sembra che sia notte, almeno a giudicare dal fatto che le cose riflettono un po’ meno luce di prima, ancora meno di quanto possano fare i ricordi. Lo tiene in vita la birra e lui per contraccambiare ne beve fino a farsela uscire dagli occhi. Il molo foraneo, barcolla, troppo vicino al bordo sul mare. Prega un Dio attaccato con chiodi su una lattina di birra, pietoso, buono e ubriaco Mi sembra di non mangiare da quaranta giorni. Ho speso tutte le monete che avevo, tutti i pezzi da 50 cent, da venti, da dieci, da cinque. Mi sono bevuto tutto. Anche l’acqua salata del mare mi berrei se mi rinfrescasse la gola. Ma ho ancora sete e in mezzo alla sete anche un po’ fame. E non importa cosa trovo. Mezzo panino mezzo panino con il salame, in mezzo al puzzo. Coraggio. Ha detto: “Se tu sei veramente Dio, ordina che questo cassonetto della spazzatura diventi pane”. E pane è diventato (veramente la storia parla di un rifiuto -non di solo pane vive l’uomo- l’uomo vive anche di birra a volte, ma in questo caso il cassonetto è diventato pane, in mezzo ai topi, in mezzo al tanfo, e non è come un miracolo vero, perché il pane c’era in mezzo alla spazzatura, era stato lasciato in dono a Giovanni, da un bambino viziato, e non si è trattato di una elemosina perché il bambino aveva prima strillato perché voleva il pane e poi strillato perché non voleva più mangiarne e il papà arrabbiato s’era convinto a gettarlo nel cassonetto; ma la storia aveva un significato e Nessuno se l’è presa perché lui ha cercato di tentare il Suo Dio). C’è qualcosa nell’acqua stanotte. Credo che sia il corpo di Giovanni che viene cullato dalle onde, come da una Madre, madre Pietosa. E c’è anche qualcuno che guarda verso l’acqua. E’ Giovanni senza corpo o meglio, a un metro dal suo corpo, con in mano l’ultima birra stappata, scroccata a qualcuno, un tizio con una Clio bianca: gliel’ha detto mille volte il suo nome, e in questo istante, per caso, se lo ricorda bene: Isidoro. Con in mano una birra e i piedi troppo vicini all’orlo del molo. Gliel’ha detto sulla macchina mentre gli dava dei consigli banali; poi alla fine, non ha saputo fare di meglio che lasciarlo da solo con i soldi per comprarsi un’altra birra. C’è il corpo di Giovanni nell’acqua, ma c’è anche Uno che lo afferra, lo trae in salvo, lo appoggia dolcemente sul bordo del molo, lo asciuga. Lui è stanco, ha sete, gli chiede 50 cent, per una birra e poi se la va a comprare da un’altra parte, dopo aver camminato ancora per un po’. Non riesce più a ricordare il nome del tizio con la Clio bianca e nemmeno quello del Signore che lo ha salvato dalle acque. Aveva un bel nome, con qualcosa di misterioso. Glielo ha sussurrato all’orecchio e gli ha chiesto di non dirlo a nessuno: “è il Nome Segreto quello che Io ti rivelo” gli ha detto. Com’era quella storia? Ricorda qualcosa: un tizio che pende da un legno, con degli orrendi chiodi conficcati nei polsi e nelle ossa dei piedi, che dice: “ho sete” e un militare vestito di strani abiti antichi che gli porge una spugna, imbevuta di birra. Barcolla Giovanni in mezzo alla strada con la mente piena dei suoi pensieri inclinati e si torce la strada, s’allarga, s’allunga, poi si riempie di due enormi luci che sono troppo vicine. E ancora una volta il Tizio di prima, quello dal Nome segreto, lo afferra e gli scansa il pericolo, gli da uno spintone e lo fa cadere più in là. In ginocchio. Una lagrima, un grazie non mi ricordo il tuo Nome, ho sete ho bisogno di bere, mi daresti qualcosa per prendere qualcosa da bere. E così un’altra birra lo spinge di notte ad andare più in là. Al porto di nuovo, con voglia di dire una preghiera bella, di quelle che penetrano le nubi, di quelle che ti spazzano dentro, che fanno ritornare la casa pulita e con un frigo pieno di lattine di birra, da bere e da dividere con gli amici. L’acqua è calma e Giovanni dorme per terra. Un piccolo sussulto del petto e il topo che gli stava sopra scappa lontano e non lo vedi più e invece vedi una piccola suora vestita d’un sari. Un piccolo fiore vicino al suo Cristo, disteso per terra, ubriaco. Al tempo opportuno, si farà giorno.
Si racconta (ma sicuramente trattasi leggenda metropolitana) che nella grande città, di notte, sfrecci un'ambulanza. Non si vedono luci quando si avvicina, non ci sono lampeggiatori, non si sentono sirene. Nessuno sa da dove parta la chiamata, chi siano gli ignoti operatori della centrale operativa, come vengano assegnati i codici di intervento. Ci sono molti infortunati nella città, ma quelli notturni si sentono molto soli, specie nelle ore più tarde, quando la gente abbandona le strade e si vedono in giro solo gli occhi fosforescenti dei gatti. E quando anche le auto diventano rare. Allora solo un'ambulanza fantasma può accorgersi di uno sparato, scampato chissà per quale miracolo al colpo di grazia e abbandonato in un ampio spiazzo di periferia. Scendono i due barellieri, prendono la bombola dell'ossigeno, gli danno aria, come due preti lo accarezzano e sorridono. Sarà per la prossima volta il colpo di grazia e non tarderà molto, ora che qualcuno ha deciso che lui muoia. Ma intanto viene caricato sulla barella già medicato; l'emorragia mortale è stata arrestata, il dolore lenito. I suoi vent'anni prolungati, di qualche giorno o, chissà, di una vita. Si risveglia in ospedale senza sapere né come né quando c'è arrivato e nessuno che sa una minchia di niente. Sorbello, l'ubriaco, rischia di soffocare nel suo stesso vomito. L'ambulanza gli si ferma accanto silenziosa. Qualcuno gli gira la testa quel tanto che basta a fare defluire il vomito. Vivrà un altro giorno. Ai due barellieri non importa immaginare la sua vita di prima né quella di dopo. La centrale può smistare la chiamata e i soccorritori possono accorrere e girare la testa di lato a quell'ubriacone e poi correre, dirigersi verso un nuovo intervento da qualche parte per strada o in una casa, in una scuola o una chiesa. Nessuno conosce il costo di questo servizio di ambulanza, nemmeno si sa se per gli utenti è completamente o parzialmente gratuito. E, per dirla tutta, alcuni si ricordano di avere pagato, altri di avere ricevuto. Probabilmente i barellieri fantasma non ricevono alcuna mercede, magari scontano delle colpe, oppure erano tanto impegnati a correre per la città che si sono scordati di smontare dal turno, un modo perfetto per guadagnarsi un secondo tempo, una nuova vita da fantasmi del soccorso. Un uomo col cuore malato respira a fatica. Ha un dolore opprimente al petto. La mandibola indolenzita. A ogni battito del cuore si sente trafiggere il polso del braccio sinistro. Lui, pessimista per natura, aveva sempre pensato all'infarto come a una credibile metafora della vita ma non vi è nulla di più falso, ora lo sa. E poi è solo. Immaginava sempre che un infartuato avesse qualcuno che si preoccupasse, che si spaventasse per lui, che chiamasse aiuto e soccorso. E' una bella notte d'estate e ci sono un sacco di stelle bellissime in cielo. Un po' d'aria, solo un po' d'aria. Un'ultima boccata nutriente d'ossigeno che non arriva e poi lo spazio si restringe in un intransigente buco nero. Ma appena un attimo dopo i due barellieri soccorritori, uno alto, macilento, con l'aria dinoccolata di un vecchio cowboy e l'altro un po' più robusto, con gli occhi bianco-allegro e i capelli luminescenti, pettinati in stile marcatamente ultraterreno, arrivano sul posto e iniziano le manovre di rianimazione: comprimono il cuore ritmicamente e insufflano aria nei polmoni, il torace si alza e si abbassa e poi torna l'alba, continueranno per tanto tempo, mentre il nostro infartuato continuerà ad occuparsi delle solite cose della vita, con un grosso pezzo di cuore necrotizzato e un paio di amici fantasma a tenerlo in vita. L'ambulanza si ferma vicino a una donna che ha appena partorito in una stanza sporca. Poi si mette in moto per seguire la donna e gli eventi. Recuperano il bimbo dal secchio della spazzatura, lo pizzicano e riscaldano, in un mattino troppo freddo perché si potessero nutrire speranze. E poi chiamano aiuto in modo invisibile. Sarebbe bello continuare a fare le coccole, ma la notte è quasi finita e i bambini non devono allevarli i fantasmi.
Venivo da una storia che mi era costata un sacco di soldi in telefonate. Luisa, invece, non era molto loquace e, al telefono si stava poco, giusto il tempo di dire “come stai? Stasera passo a prenderti alle sette.”. Anche in macchina parlavamo poco, però questo non significava sesso sempre e sesso subito. La nostra era una storia fatta di sguardi: cosa volessimo comunicarci con gli occhi nemmeno io lo so. Ma so di certo che, prima di fare sesso, dovevo guardarla negli occhi per almeno un quarto d’ora. Erano i patti non scritti, i nostri preliminari. Poi, passato il periodo di riscaldamento, facevo finta di fare il duro e, con gesto deciso, la afferravo per i capelli e mi ci buttavo addosso. Tutte le storie hanno dei rituali e in questo si somigliano e differiscono tutte tra loro. Noi cominciavamo così. Poi, durante, lei non era un granché. Fisicamente mi piaceva molto: più alta di me, quarta abbondante di seno, capelli neri corvini, occhi profondi e scuri, ma quando facevamo l’amore non era tutto questo sballo. Di solito si metteva supina, più raramente io dietro di lei. Tuttavia mi aveva minacciato di lasciarmi se solo avessi tentato di sodomizzarla. Non so perché ma l’avevo presa sul serio. Comunque era troppa per me e io facevo una gran fatica, anche perché in quel periodo non facevo regolare esercizio fisico e, fumando parecchio, avevo il fiato abbastanza corto. Ecco, ora mi ricordo, mi diceva di non fumare: naturalmente, ora che ci penso, quando poi mi lasciò, questo mio vizio dovette avere il suo peso; ma più di questo fu decisivo il fatto che aveva un fidanzato. In effetti mi aveva detto che era una storia che stava per finire e che era alla ricerca di una exit strategy (il gergo militare è mio) e questo aveva tranquillizzato la coscienza di entrambi (anche la deduzione è mia). Tuttavia, metodicamente, lei scompariva a fine-settimana alterni. Lui era un militare e veniva in licenza ogni due settimane. E sistematicamente, i fine settimana in cui restavo da solo a girovagare per il paese, io speravo che lei avrebbe chiarito la sua posizione, non tanto perché ero profondamente innamorato, ma perché avrei voluto che le importasse un pochino di più di me e che non mi considerasse solo un corpo da spremere. C’è anche da dire che io fisicamente non sono uno stallone, forse un asino, ma non certamente un cavallo da monta. E allora “perché?”, mi chiedevo. Le persone che parlano poco, a primo acchito, mi sembrano molto profonde: questo mi capita perché non sono una cima. In effetti la spiegazione più logica è che si parla poco perché non si ha poco da dire. Vero è che molte persone quel niente lo esprimono con un mare di parole, ma questo non è rilevante con i taciturni. Ho anche pensato che, se come animale da monta non sono il massimo, almeno i miei occhi devono avere un non so che di ipnotico. Francamente, devo però ammettere che questo potere mesmerico, funziona raramente e male. Resta il fatto che con Luisa aveva funzionato. A casa mia si diceva che “ogni santu avi i so divoti!” per significare che anche il santo più sconosciuto ha qualcuno che lo crede “miraculusu”. Probabilmente è stato così: Luisa mi era devota in quelle serate di inverno, quando diceva a casa di essere andata in palestra e invece andavamo in riva al mare, ci guardavamo tanto e facevamo l’amore in macchina. C’era spesso un buon odore di legna che arde, proveniente dal forno di una pizzeria lì vicino. Un giorno feci l’errore di dirle che si stava comportando, forse, un pochino, da stronza. Nel tono della voce fui molto più aggressivo di come lo sto raccontando a voi. Per la verità, fui io che mi comportai da stronzo perché avrei dovuto sapere che certe devozioni si mantengono, a mo’ d’abitudine, proprio perché la statua del santo, se non esaudisce tutti i desideri del devoto, almeno resta muta e non protesta per tutti i suoi molti peccati. E poi il santo della nostra storia tanto virtuoso non è mai stato: cosa pretendeva, o voleva o aspirava? Ci siamo rivisti qualche settimana fa. Aveva accettato un appuntamento e io, in un angolino di questo cuore pieno di cose banali, pensavo che avrei potuto di nuovo affondare le mani nelle sue tette. Invece le ho detto che non ci eravamo mai amati e avrei voluto dirle anche un’altra cosa: che i pompini proprio non li sapeva fare. Ma è la verità e lei avrebbe potuto invece pensare che era l’insulto di un uomo ferito.
Riposto questa cosa di qualche anno fa, quando ancora spesso stavo dietro ICQ o a C6 alla ricerca di chissà che cosa. Però ho conosciuto qualcuno in rete e i sogni erotici non me li sono fatti mancare
(A D.B.)
Una donna dietro a un monitor. Conversandoci. Gentile. Di lei solo una piccola foto. Ma gli occhi interiori cominciano a vederla. Un corpo magro e fatto di linee morbide, fasciato da un vestito scuro. Un sorriso caldo. Musica e poesia. Ho orecchie sterili alle note. Il cuore spesso refrattario alla poesia. Vorrei essere penetrato dalla poesia, ma non ho organi per questo e non riesco che a percepire l’amore che per essa Lei ha dentro. Forse è meglio così. Ma ha un amore abbastanza schivo. La mia mano immagina di scivolare sui suoi fianchi mentre batto sulla tastiera. E’ piacevole eccitarsi senza malizia, senza essersene resi conto. Poi mi accorgo e sento quella leggera pressione nei pantaloni. Sei donna, poetessa, e io t’ammiro, anche se in un modo che magari potrebbe offenderti, se te ne parlassi. Così poi mentre si parla dell’ultimo libro di filosofia che ha letto o dell’ultima poesia che ha scritto mi lascio andare. Non avrò mai questa donna. E tuttavia il suo corpo aderisce al mio e viene spogliato dal mio desiderio - non so spiegarvi in che modo - dal mio desiderio - per così dire - innocente. Io lo so che lei è qua vicino e che il tempo e lo spazio non esistono, o forse si, ma non come in realtà ci illudiamo. E so che penetrarla sarà facile soprattutto perché né lei né io ne siamo esattamente e corporalmente consapevoli. Tuttavia siamo scrittori entrambi ed entrambi facciamo sempre del sesso sfrenato quando scriviamo, anche la lista della spesa. Questo faciliterà le cose. Le mani (di entrambi, ne sono sicuro) godono sulla tastiera come se ci accarezzassimo, come se io abbracciandola andassi a cercare con le dita “qualcosa” tra le cosce di lei. Nessuna telefonata ci darà tanto, solo il letto o la tastiera possono aiutarci. Ma il letto, sia pur necessario in certi casi ed a certe condizioni, ci darebbe l’esatta misura di glutei cellulitici, di peni non esattamente mastodontici, di denti ingialliti dal fumo, di seni e muscoli mollicci, di fiati non proprio odorosi e di altro. E così la mia fantasia sfrenata ti immagina nuda, alta poco più di un metro e sessanta, un corpo ben fatto e materno, le tue mani sul mio petto nel dopo amore, la tua bocca nella mia bocca nel pre-amore, un letto piccolo che basta appena per due amanti stretti in un abbraccio o l'uno sul corpo dell'altra. Ti penetro con la mia potenza sognata e tu mi domini, guerriera, imprigionandomi fra le tue gambe, cavaliera, mentre sul monitor mi appaiono parole che dicono della tua dolce musica, della quale non sento la bellezza attraverso le mie orecchie sterili, ma sento il ritmo e il vigore attraverso quello del tuo corpo nudo. Poi ti vengo di dietro mentre scrivi dell’ultima passeggiata che hai fatto nel boschetto vicino casa tua e, io, di altre cose del genere, delle mie corsette e del mio appartamento appena acquistato che vorrei farti vedere, e tu ti lasci dominare, lasciandomi illudere di essere potente e lo fai con dolcezza di fanciulla, che si è smarrita senza essere triste. E nodi di sguardi che si sciolgono a volte nel serrarsi delle palpebre, ma si ricongiungono subito appena il piacere si attenua un poco e gli occhi possono riaprirsi senza sforzo eccessivo. E poi ti do il mio seme. Lo faccio scorrere dentro di te, in cerca di te, ancora più profondamente di quanto tu sappia. E mentre ci salutiamo per la notte mi perdo in un mondo altro, in cui sono mischiati televisione, fantasia ed eventi non avvenuti: alla nascita di nostro figlio, a me ubriaco in qualche buco di locale nella notte, che faccio il poliziotto in una città americana, figlio di delinquenti, eroe convertito al bene, col cappello in testa e la sigaretta eternamente in bocca, e a te maestrina con i capelli neri e corti, insegnante di un quartiere malfamato di una città del sud d’Italia, coraggiosa e sveglia e napoletana, che insegni al nostro bimbo che è figlio di una notte d’estate in cui tu soffrivi terribilmente il caldo e io, terribilmente, la perdita di un amore.
1. Turi, sotto quel cielo e vicino a quel mari, ci piacevano le storie dell’Opera dei pupi. Orlando e Rinaldo e il Cani di Magonza, storie di tradimenti eroismi e battaglie. E ci piacevano i gialli, con il morto ammazzato e l’ispettore Derrick che sempre alla fine trova il bandolo della matassa.
2. A suo figlio Isidoro, inveci ci piacevano i telefilm di fantascienza: specialmente quella luna vagante di Spazio 1999 e il comandante e la dottoressa e proprio assai assai il pilota di Aquila 1, Alan Carter.
3. Ho voglia di scrivere una cosa sulla fantascienza televisiva che mi piaceva da bambino e mi piace tuttora: Ufo, Spazio 1999, Star Trek . Voglio farle come faccio il caffè, senza essere originale o inventare nulla. Prendo i miei ricordi, li metto nella caffettiera, accendo il fornello, e aspetto che esca. Lo offrirò un po’ in giro e poi starò a vedere la faccia della gente. Magari qualcuno dirà che è buonissimo per educazione e io guardando la faccia amorfa o disgustata, capirò….
4. Io, a quest’ora, dovrei essere un pilota spaziale e con la mia Aquila scorrazzare oltre i confini dello spazio esplorato. Insomma oggi ho trentasette anni e il mio buon numero di avventure spaziali dovrei averlo vissuto. Invece ti svegli la mattina e devi prendere quel catorcio di treno, senza nemmeno aria condizionata, ed andartene a fare l’impiegato terrestre. Non ho nemmeno un braccio bionico per scrivere più velocemente, né posso ancora connettermi al computer con il semplice battito delle ciglia…
Luna, Base Alpha, 28 luglio 2004.
Il mio nome è JohnKoenig e sono il comandante della base.
Da quasi cinque anni, dal 13 settembre 1999, spinti dall’esplosione delle scorie radioattive viaggiamo nello spazio, ancora pieni di incredulità ed incertezza. Ho l’impressione che una mano ci abbia rubato alla Terra, prendendoci come un uomo può prendere tra l’indice e il pollice un sassolino e ci stia portando lontanissimo da dove siamo nati. Incredulità: non riesco a contare quante leggi fisiche ha violato la luna, allontanandosi dal Sistema Solare, mi sono fatto l’idea che le leggi fisiche che l’umanità aveva studiato per millenni fossero solo un fenomeno locale.
Siamo anche passati attraverso un sole nero e le consuete stelle sono scomparse, sostituite da altre, lontane forse la profondità di una sottile membrana tra due universi, o forse distanze inconcepibili, milioni e milioni di anni luce.
Incertezza: chi conosce il futuro? Nessun mazzo di tarocchi può svelarcelo. Io penso che non esista il futuro, penso che non esista più una storia per noi. La Luna è come un seme, sempre in bilico tra la vita e la morte, una semplice possibilità per la specie umana: avessimo avuto più semi al momento della catastrofe, ci sarebbero state più possibilità.
Nel 1999, avevamo colonizzato gran parte del sistema solare, ma non avevamo fatto ancora nessun incontro con razze aliene, e non avevamo combattuto nessuna battaglia spaziale per difendere la terra o per conquistare nuovi e strani mondi. Fare l’astronauta non era più un mestiere da esploratore e io, comandante della base lunare, mi sentivo spesso solo un piccolo burocrate. Comunque è successo, è accaduto che la mia vita ordinaria, a causa di un evento imprevedibile, è diventata eccezionale. Ho dovuto affrontare mille pericoli e difficoltà e mi sono dovuto inventare capo di un piccolo gruppo di uomini che lotta per la sopravvivenza.
Avevo una moglie e due bambini sulla Terra, ma la catastrofe mi ha obbligato a cancellare dai miei ricordi i loro volti e solo per non perdere ogni traccia del mio passato di terrestre ho graffiato su una parete della mia cabina i nomi dei miei cari. Nessuna foto, nessun sogno di incontrarli di nuovo. Di certo non rivedrò nessuno di loro: i nostri tempi e i nostri universi si sono divisi e scorrono a ritmi diversi. Potrei essere più giovane dei miei pronipoti.
Oggi non siamo in una buona situazione. Abbiamo energia, due centrali nucleari, ma sono in cattive condizioni. Per tenerle in efficienza avremmo bisogno di pezzi di ricambio e di competenze che non abbiamo, per sopravvivere dovremmo diventare più intelligenti, più forti e resistenti alle radiazioni, più capaci di coordinarci e avere una volontà comune che elimini discordie ed egoismi. Cerchiamo di risparmiare energia, ma tra qualche anno, se addirittura non arriverà prima qualche disastro irrimediabile, ci dovremo arrendere e morire. Perché senza energia non ci sarà più ossigeno, calore e luce per la nostra vita e per le colture idroponiche. Mangiamo poco e lavoriamo molto. Possiamo spostarci sulla superficie con i nostri veicoli semoventi e le nostre astronavi in cerca di risorse ma c’è poco carburante e dobbiamo limitarci. Inoltre molti uomini si sono ammalati di cancro a causa delle radiazioni cosmiche. Sto pensando di trasferire il personale sotto la superficie in modo da schermare i raggi cosmici. Ma costruire nuovi spazi abitabili è un’impresa troppo grande per le nostre forze.
I miei compagni sono importanti, la loro vita dipende dalle mie decisioni. La mia vita dipende dal loro impegno e dal loro coraggio. Costruiremo una terra nuova, quando troveremo un pianeta abitabile, se lo troveremo, e cercheremo di fare del nostro meglio per costruire un mondo migliore, ma intanto la lotta quotidiana per la sopravvivenza ci sta abbrutendo. Poca umanità ci resta e quel poco che resta è sempre più difficile conservarla.
Il comando è la mia condanna. Nella mia mente ho ancora gli occhi increduli di Alan, l’amico, il miglior pilota che avevamo, che aveva ucciso un uomo, dopo un banale litigio, per il quale ho ordinato la pena di morte. Le sue ultime parole sono state: “fanculoJohnKoenig! Chi credi di essere Dio?”. Elen, il medico, e Begman, lo scienziato, mi consolano dicendo che è stato necessario, ma loro hanno potuto permettersi di votare per la vita, mentre il mio voto, il voto decisivo del comandante, è stato per la pena capitale. Non abbiamo risorse per i prigionieri: ho pensato che l’ordine doveva essere mantenuto ad ogni costo, dovevo salvare i miei uomini dal disordine e dall’anarchia e ho pensato e ripensato che non avevamo risorse per i prigionieri. Ma la domanda che mi pongo è questa: il comando mi ha reso un piccolo tiranno?
Mi sento sempre in colpa per quello che faccio. Spesso è contrario a tutti i miei principi di prima. E intanto questo evento del passato è sempre dentro la mia testa. Per quanto tenti di ricacciarlo giù, ad ogni sforzo sento ancora il suo “fanculo” e quello dello spazio interstellare che attraversiamo.
Io non credo di essere Dio, ma voglio vivere, con tutte le mie forze, solo vivere, avere un futuro.
***
Alpja basi di luna, del settimo mese il 29, 2010 anno
Trovato. Attivato capacità di lettura. Lettura frammento diario comandante ero umano. Attivata volontà di narrare. Sospesa simbiosi alieno interiore, letargo annuale alieno interiore. Solo meno alieno. Narrare oggi aiuto solitudine, meno compagnia, meno ospite-compagno.
Viventi, difficoltà mortale superata più. Futuro possibilità continuare vita. Mondo esterno, occhio, orecchio, causata continuazione vita incontro. Pensiero vecchio umano attivare, dormire mangiare, fatica di pensare, fatica di tornare ad essere JohnKoenig.
Luna, Base Alpha, 30 luglio 2010.
Ho dovuto fare uno sforzo immane ieri per riacquistare il mio io umano, non sempre lo faccio quando l’alieno va in letargo, fatica inutile, è come nascere e morire di nuovo nel giro di settantadue ore. Mi meraviglio però come il mio vecchio stato di coscienza sia facilmente riacquistabile dopo anni passati in stretto legame con l’alieno. E tornano puntualmente i dubbi, l’angoscia, i sensi di colpa, insieme a un senso di vuoto interiore. Certamente si tratta di una blanda crisi di astinenza, da qualche sostanza secreta dall’alieno per mantenere in equilibrio il sistema simbiotico. Stranamente ho desiderato per prima cosa raccontare. Sento molto il peso e la responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Barattare la nostra umanità in cambio della sopravvivenza. Il vecchio JohnKoenig ci avrebbe giudicato, con orrore, dei traditori dell’umanità. Ma io non volevo morire, avevo voglia di rivedere il mare, di sentire l’aria fresca e frizzante di un pianeta ospitale. Quando hai passato anni nello spazio, hai voglia del colore naturale di un fiore nell’aria più del cibo, più di una donna. Forse così ci arriveremo e comunque eravamo quasi tutti e quasi del tutto matti, ormai. Cominciavamo a ucciderci per rabbia o a ucciderci per mantenere l’ordine. Alan non sarebbe morto se avessimo incontrato prima gli alieni, non avrebbe ucciso, non gli sarebbe mancata la lucidità per calmarsi, non gli sarebbero mancati tanto sua moglie e i bambini, né la pesca o i suoi monti. Lo spazio, il vuoto è qualcosa di terribile, niente a che vedere con i naufraghi che, almeno di notte, possono sentire la brezza marina, fresca sulla pelle e il rumore del mare. Noi eravamo naufraghi di un tipo diverso. C’è solo silenzio nello spazio e l’unica voce che senti è la tua voce interiore che continua a ripetere, “fanculo Luna, fanculo stelle, fanculo universo inesplorato”.
Luna, Base Alpha, 31 luglio 2010.
Oggi dopo quasi un anno ho mangiato cibo solido. E’ un privilegio concesso agli umani nel periodo di letargo degli alieni.
Anche i vermi alieni stavano morendo, vagavano nello spazio chiusi in un sasso. Li abbiamo incontrati per caso; la nave aliena, ridotta una carcassa, senza propulsione, vagava nello spazio, seguendo un’orbita a spirale. L’abbiamo agganciata con un’aquila e l’abbiamo appoggiata su una delle piattaforme di lancio della base. I vermi provenivano da un fallimento simbiotico. Prima di noi avevano colonizzato una specie non senziente e tuttavia l’unione aveva avuto scarso successo, e gli organismi colonizzati erano periti in pochissimo tempo. Non mi perderò nei particolari dell’incontro, dell’incertezza sulla possibilità di coscienza di questi esseri, sui primi esperimenti, sul sacrificio di Bergman e sul lungo lavoro di Elena per ottenere un equilibrio stabile. E’ tutto registrato. Voglio solo difendermi. Ho pensato spesso di essere un traditore della mia umanità, ma tutto era perduto e io volevo vivere, e comunque, tra le bellissime stelle noi la nostra umanità l’avremmo perduta e in poco tempo anche la vita.
Io e i miei uomini abbiamo fatto una scelta, il reindirizzamento genetico causato dagli alieni ha potenziato il nostro cervello, ci ha dato una coscienza collettiva comune a umani e alieni. Abbiamo trovato soluzioni e costruito nuove risorse per sopravvivere nello spazio, la nostra resistenza fisica è aumentata, dubbi, perplessità e scoraggiamento sono svanite.
A dire il vero tutti su Alphapensavamo di morire prima di incontrare gli alieni e ci rendevamo conto sempre più che nessuno può farcela da solo nello spazio. Anche gli alieni avevano sentimenti simili, loro che per milioni di anni si erano annidati nelle carni di specie non senzienti, hanno incontrato noi e anche loro hanno fatto ciò che non avevano fatto prima, unirsi agli umani, dotati di una rudimentale coscienza. Due specie moribonde da sole non avrebbero fatto molta strada. Ora siamo una cosa sola, ma io non la chiamo fusione, la chiamo amicizia.
Luna, Base Alpha, 14 agosto 2018.
Riprendo queste brevi note, che ho voluto scrivere di tanto in tanto nel corso degli anni. Gli alieni sono morti tutti. Gli umani sopravvissuti alla crisi di rigetto sono circa sessanta. In qualche modo la sequenza genetica è stata alterata in modo tale da rendere il corpo umano letale per i nostri amici; l’errore deve essersi verificato tanti anni fa, anche se non abbiamo ancora capito in cosa sia consistito. La crisi di rigetto ha colpito i nostri organismi in modo grave. Gli alieni si sono dimostrati generosi come sempre. Quando hanno capito che noi avevamo qualche possibilità mentre loro non ne avevano nessuna, non hanno esitato ad interrompere la simbiosi e a lasciarsi distruggere dal nostro apparato digerente. Ad ogni modo siamo rimasti in pochi e siamo molto deboli. L’unico fatto positivo è finita in un orbita stabile attorno a un sistema planetario che ospita dei pianeti adati alla vita umana. Un miracolo: forse questo piccolo seme che è la Luna ha trovato una zolla di terra per germogliare. Forse riusciremo ad attrezzare una nave per portarci in questa nuova casa. Forse riusciremo nel giro delle poche generazioni che ci restano, a risolvere il problema della mancanza di varietà genetica. Comunque abbiamo tempo e per ora siamo salvi.
Abbiamo perduto tanto forse addirittura tutto, ma abbiamo fatto un salto fantastico tra pianeti e sistemi di stelle. La solitudine e il gelo dello spazio sono orribili, ma di tanto in tanto abbiamo incontrato qualcuno. Qualcuno ci ha aiutato, noi abbiamo aiutato qualcuno.
Loro che hanno anticipato la loro fine per salvarci, ci saranno di esempio, li ricorderemo sempre con amore.
La salvezza è giunta per vie molto lunghe e complicate, ma ora siamo grati e sereni, siamo ansiosi di ricominciare.
Mi sono ricordato, con molti sforzi, come mi chiamavo sulla Terra, e ho deciso che continuerò a chiamarmi così, per abitudine o per affezione a quello che ero, dopo il distacco dagli alieni.
Dunque mi chiamo JohnKoenig e sono solo, e sono solo un umano.
Mi chiamo Pino Quattrocchi e per mestiere attacco necrologi ai muri. La strada è autopercorrente, sempre quella, con la striscia bianca in mezzo e ogni tanto le strisce pedonali. Lavoro col motorino e spesso sorrido tenendo sottobraccio un fascio di effigi del morto di turno. Di solito il mio lavoro si svolge di notte e comunque è più bello farlo nella solitudine, senza nessun padrone intorno a disturbare il mio pigro senso del dovere. Adoro questo motorino scoppiettante e veloce, uno dei pochi amici, insieme alla caffettiera, al letto, alla bottiglia e a Carmelo il meccanico. Carmelo è sempre molto gentile con me e me lo dice spesso: - un ragazzetto biondo come te dovrebbe seguire la propria vocazione, dovresti fare di meglio. Da giovane, una volta ho fatto la domanda per entrare nei carabinieri, però la divisa mi stava troppo grande; ma ho cambiato idea definitivamente quando due carabinieri sfottenti mi sequestrarono il motorino nel settembre del novantatrè. Ho dovuto lavorare per mesi facendo il bracciante in campagna per riaverlo, con i panieri carichi di limoni che sono pesanti quando li porti a sei a sei o a otto a otto, per un’intera giornata. E tutto questo a causa di quei manichini dalla risatina velenosa. Questo signor Biagio Di Re che è morto, di anni 69, lavoratore instancabile e marito e padre amorevole, lo piangono inconsolabili, la vedova i figli, Matteo e Pietro, e i nipotini, Gianluca, Deborah, Donata e Gian Biagio. Dietro il necrologio, uno strato di colla, e oltre la colla il muro e oltre il muro, non si sa. Forse c’è il mondo. Dev’essere molto bravo lo scrittore di necrologi, perché con poche parole ha spremuto il succo di tutta la sua vita e il grande dispiacere dei suoi familiari. Il Biagio è fortunato: ha la sua brava carta pressata su uno strato di colla fresca. E sulla carta c’è scritto molto di lui, quasi tutto quello che c’era da dire. Mi piace andare in giro in questa notte dolce, ora che il lavoro è finito. Potrei andare a casa, ma cammino ancora un altro po’, perché nessuno mi aspetta e non ho nemmeno animali, cani o gatti che mi corrono incontro compiaciuti, al mio arrivo. In effetti, gli animali li detesto e mi spaventano, perché sono diversi da noi uomini e anche diversi tra loro. Anche le donne mi sembrano molto diverse da noi uomini e molto diverse tra loro. Mi piacciono un po’ di più degli animali però. Mi sono molto dispiaciuto quando nel settembre del novantatrè ne ho investita una con il motorino. Si chiama Paola, Paola Bilardo e mi ha intentato una causa per risarcimento danni che dura ancora. Ho un avvocato bravo a perdere tempo, mentre lei ne ha cambiati tre e ha avuto tre bambini. La lentezza della giustizia propizia la fertilità delle donne, ho capito così e questa cosa non me la posso togliere dalla mente e non me la spiego. Di tanto in tanto mi ubriaco col mio amico Carmelo, il meccanico, e si parla del motorino, della sua casa che costruisce da anni, un pezzo abusivo alla volta e di donne. A volte ci capita di litigare per cose stupide. Una volta si è offeso perché gli ho detto che non era giusto, come lui aveva fatto, edificare una casa dentro il letto di un torrente secco. Poi gli ho chiesto scusa: un amico è un amico, come un caffè è un caffè. Non stai tutto il giorno con un amico e non prendi continuamente caffè. Lo fai quando ne hai voglia. Quando sei libero, dal lavoro e da tutto il resto.
Franco mi stava dicendo quello che pensava dei miei scritti. A suo parere, ero molle, con poche idee, avevo poco stile e niente fantasia. Insomma, nessun editore avrebbe mai pubblicato una riga di tutto quello che avevo scritto, che non era poi tanto.
Eppure c’era stato un giorno in cui avevo pensato di valere qualcosa, perché me lo aveva detto Mirella e pensavo che lei fosse una che se ne intendeva. Aveva scritto diversi libri e ne aveva addirittura pubblicato uno. Era una così, che si innamorava di qualcosa che nessun altro riusciva a vedere. Solo che quando nessun altro riesce a vedere le cose che vedi tu, devi cominciare a pensare di essere pazzo oppure di aver preso un abbaglio
Mentre Franco andava giù implacabile con i suoi giudizi, cominciai a provare una voglia matta di ucciderlo. Non che ne fossi cosciente, solo che avevo i nervi tesi e i pugni stretti e, mentre la mia vista si concentrava sempre di più sui suoi punti molli, con gli occhi della mente cominciavo a vederlo riverso sul pavimento in una pozza di sangue. Si, avrei voluto ucciderlo, ma capivo anche quanto avesse ragione. Che storia era quella in cui un tale dice la verità a uno scrittore fallito e quello lo uccide fisicamente.
Cominciai a pensare allora a tutta una serie di storie, per lo più a carattere diffamatorio e calunnioso, che avrei potuto inventare su Franco. Sapevo che gli piacevano un sacco i bambini e se ne sarebbe stato ore e ore a giocarci. Così, mentre correggeva come una maestrina pedante uno dei miei ultimi scritti, facendo rilevare tutte le sgrammaticature, che, secondo lui, erano contenute nel testo, cominciai a imbastire una storia in cui Franco era un pedofilo e aveva girato dei filmini con i bambini della scuola in cui la compagna faceva l’insegnante. Sarebbe bastato trovare il modo di fare arrivare la notizia ai genitori dei bambini, e di condirla di due o tre particolari scabrosi, anche se inverosimili, e loro ci sarebbero cascati.
Ma mentre ero intento a costruire nella mia testa questa storia della pedofilia, Franco aggiunse che, sicuramente avevo copiato in un mio racconto un brano e anche molto lungo di “cent’anni di solitudine”. Questa cosa mi parve proprio ingiusta. Certamente il mio accusatore era un serial killer. Erano state uccise due prostitute nell’ultimo periodo. Ora, in questi casi, sono quasi certo che siano i protettori che uccidono le prostitute perché si sono ribellate o perché hanno tentato di fregarli. Ma l’idea del serial killer è buona per calunniare una persona. La gente è portata a credere alla storia del mostro della porta accanto, al tipo con la faccia da bravo ragazzo che non invita mai nessuno a cena, perché i suoi pasti sono a base di carne umana. E anche se poi la polizia fa indagini e non scopre niente è più facile pensare che il mostro sia stato così intelligente da cancellare ogni traccia, piuttosto che qualcuno, orribilmente ferito nella propria dignità, abbia messo in giro la storia ad arte solo per distruggere la reputazione di un altro
- Insomma i tuoi personaggi sono piatti e senz’anima. Tutti, nessuno escluso, anche questo Annibale a cui tieni tanto e in cui, in sostanza, tratteggi i caratteri che tu stesso vorresti avere, sono entità informi. Potresti fare la prova e mettere le parole di uno nella bocca di un altro e nessuno se ne accorgerebbe-.
Pensai alla storia di un rapinatore incallito, di un terrorista musulmano che la chirurgia plastica ha reso praticamente identico a Franco, ancora alla storia del pedofilo e del serial killer. Pensai di farne il capo di una banda di rapinatori, crudeli e spietati uccisori di carabinieri e poliziotti, alle peggiori nefandezze. Pensai di dire che aveva del gas nervino nello scantinato, che aveva ucciso la moglie e mangiato il padre. Pensai a tutte queste cose e ad altre ancora.
Alla fine del suo discorso, Franco prese i miei manoscritti e disse – adesso devi fare una scelta: con queste carte ti ci puoi pulire il culo e buttarle nel cesso o buttarle direttamente nel cesso-.
Ero senza forze e non sapevo ancora esattamente cosa avrei dovuto dire o fare. Avevo tutte quelle storie che mi frullavano in testa e tanta, troppa voglia di uccidere. Lo guardai fisso e mi avvicinai a lui. Reggevo il suo sguardo senza fatica, e in un attimo fui consapevole di quello che avrei fatto.
Resterò in trance cinque minuti e poi le parole cominceranno a sgorgare. Cominciamo dalle associazioni: analisi cliniche, cornetto e caffè, barbiere e parrucchiere. Squillo, sms,richiamare. Tutte cose quotidiane. Ieri, non so perché, ho sentito il bisogno di riprendermi il mio spazio e, l’altro giorno, di essere un po’ rude. Il telefono e tutti i mezzi di comunicazione a distanza sono una sventura. Anche internet e il computer. Ancora non ci siamo: nessuna parola è come dovrebbe essere: non ci sono sentimenti profondi da comunicare. La potenza espressiva non si sviluppa, non decolla, non diventa pagina che valga la pena leggere. Potrei provare con altri trucchetti: amore, gelosia, mistero, una lunga catena di eventi che poi sfoci in un dramma, ma occorrerebbero tante parole, veramente tante e tutte concatenate in modo da avere uno o più sensi compiuti. Dovrei narrare per linee verticali, orizzontali e trasversali, e ogni parola dovrebbe essere odorosa e saporita. Ambizione, lettori, di cui almeno uno che ti legga e dimentichi di scendere alla fermata del treno e poi imprechi contro di me. Ecco una storia ha fatto capolino nella mia testa. Ma è una ministoria e, poi, a chi vuoi che interessi se qualcuno perde il treno a causa mia.
Dovrei scendere nella miniera della mia storia, ma la mia storia è così povera di metalli, che sarebbe una cattiva impresa. Allora nella storia di un altro o di un’altra, ma anche lì ci vogliono buoni occhi per vedere i particolari che, nella vita, scorrono senza avere particolare importanza e, invece, sul foglio diventano un appassionante rosario di eventi. E poi nelle vite degli altri mi sembrerebbe di rubare.
Oggi non mi sento un ladro, ma mi piacerebbe viaggiare seduto su un foglio di aquilone.
Ecco l’ho detto, non è vero, ma l’ho detto lo stesso.
Nessun foglio, nessun aquilone. Solo una nuotata e una piccola macchia rossa da raggiungere
Il pomeriggio era arrivato da un po’ e se ne stava quasi andando. La terra vibrava sotto l’oceano mentre si formava una piccola impercettibile onda nell’acqua. L’onda è una forma di niente in movimento. A volte viene cavalcata dal mare, a volte dall’aria. Può accadere che si formino suoni; raramente, da noi,si formano musica o parole. Ma quell’onda di mare, che neanche si vedeva, sarebbe diventata molto grande quel giorno. Marta uscì dal suo appartamento. Discese le due rampe della scala condominiale. Pigiò un bottone e sentì il solito scatto. Tirò la grande porta con tutta la sua forza finché non fu aperta. L’acqua del mare, che nel frattempo stava inondando la città, penetrò nell’atrio del vecchio palazzo trascinandola con sé verso l’interno. Marta pesava poco, un fuscello in mezzo all’onda che conquistava la città, ma da quel giorno prese coscienza della propria magrezza e decise che avrebbe dovuto alimentarsi di più. Notizia certa che adesso è in cura da uno psicoterapeuta di scuola freudiana per curare la propria anoressia. Altro non so. In quello stesso identico istante Fabio correva che più forte non poteva sotto un sole ancora abbastanza ardente e ricco di raggi, producendo suoni sordi e quasi impercettibili con le sue scarpe da jogging. Stava per fare il suo terzo giro di pista, quando l’onda lo afferrò alle spalle e lo spinse in avanti. Ebbe prima l’impressione di essere diventato molto più leggero e poi quella che il mondo gli pesasse sulle spalle. Fabio era un bel ragazzo con le spalle larghe e muscoloso. Pesava ottantadue chili ed era alto uno e ottanta. Nessuno lo ha più rivisto da quel giorno, ma è certo che nel frattempo ha telefonato per tre volte alla madre, dicendole di stare bene e di non volere essere cercato. Concetta stava andando al supermercato. Aveva poche cose da comprare perché stava da sola e quella sera il suo amante, padre di famiglia, con un bambino di sei mesi e una cagnetta di dieci anni, non sarebbe andato a trovarla. Doveva comprare due fette di prosciutto, un panino e un insalata confezionata, perché aveva dei dischi nuovi appena comprati e li voleva ascoltare in pace. Voleva a tutti i costi evitare di pensare di essere rimasta sola quella sera, o di aver tradito sé stessa, i suoi principi e la sua fede di prima. Insomma l’onda la prese con la mente pesante di sensi di colpa a stento repressi o addirittura nascosti. Concetta era alta e aveva il seno prosperoso. Dal seno in giù era abbastanza magra. Aveva il naso leggermente aquilino e deviato a sinistra, ma nel complesso aveva un viso caldo e piacente. Mi hanno raccontato che l’onda le prese la vita e le deturpò il naso. Quando l’onda arrivò sulla città, Maria era in preda ad una forte depressione ed era stata ricoverata in una clinica che era a monte della città. Credo che la chiamino Villa dei Tulipani o delle Ortensie … non so di preciso. L’onda arrivò sotto forma di poche notizie confuse. Il telefonino era quasi scarico. Maria lo senti squillare una volta e poi si spense. Gli psicofarmaci e la depressione la fecero rifugiare in un angolo tra due pareti, mentre tutto intorno a lei l’agitazione e la baraonda crescevano. Paola, la figlia, che a causa dell’onda ha perso il marito, il padre e il fratello, da quel giorno non riesce più a perdonarla per il torpore e l’apatia che l’inchiodarono per tutto il tempo al muro della clinica. Non riesco a biasimarla. Io, quel giorno, mi trovavo in automobile e stavo andando città. Come al solito ero ossessionato dal pensiero di Caterina e dei suoi molteplici amanti. Mentre la mia autovettura scendeva verso la città, l’acqua arrivò a lambire le ruote e si fermò. Scesi e guardai il disastro mentre le acque si ritiravano dalla città. Pensai che, come quei moscerini schiacciati sul mio parabrezza, anche io avevo un destino unico e un ruolo in questo mondo. Mi grattai la testa e pensai che il diario di Caterina, con le storie di tutti i suoi amanti e del vero motivo per cui mi aveva lasciato, galleggiava da qualche parte insieme al cadavere di mio padre.
C’erano molti bambini che piangevano nelle strade e poco tempo da perdere.
Questo raccontino risale a qualche anno fa. Purtroppo non annoto le date e non mi interessano molto devo dire. Oggi come oggi, non scriverei più questo racconto nel modo in cui l'ho scritto, anzi ho in mente di rimaneggiarlo radicalmente, per cercare di salvare quanto mi corrisponde ancora oggi. Non mi sento più un lavacessi di castelli, quanto piuttosto un cane che tira la slitta (c'è sempre qualcosa di autobiografico nelle cose che scriviamo....). Quindi qualche progresso nella scala sociale l'ho fatto :-)
MIRKO AL CASTELLO
Osservando con attenzione quel castello a forma di maestoso parallelepipedo nero, come faceva sempre prima di entrare a cercare lavoro, Mirko cercò di indovinare se il castellano era un uomo avaro o generoso. I padroni generosi di solito pretendono dalla servitù una generosità simile alla loro, cosicché alla fine i loro servi, proprio a causa di quella qualità innestata per doverosa imitazione, rimangono più poveri degli altri. Gli avari invece pretendono sempre un minuto in più di lavoro e quando hai fatto il minuto ripetono la richiesta fino a quando non siano passate molte ore dalla fine pattuita del tuo servizio. E poi dimenticano di retribuire alle date prestabilite e glielo si deve ricordare, sempre con la massima cortesia dovuta ai padroni; ma anche così ti guardano male e sperano ti poterti presto licenziare, trovandoti in fallo per qualche cosa, senza doverti pagare l’ultima mercede.
Così egli cercava una via di mezzo; uno che gli permettesse di vivere decorosamente del suo lavoro senza dover dare del tempo in più, e senza essere costretto a fare il doppio dello sforzo per disobbligarsi. Voleva diventare invisibile, come era appropriato all’umiltà della sua mansione.
Faceva il lavacessi nei castelli Mirko e gli piaceva il suo lavoro. Oltre a questo, gli piaceva far l’amore con le serve e inventare strane storie su macchine volanti e uomini meccanici. Era molto magro, ma aveva un fascino notturno, capace di procurargli molte avventure con donne scontente del proprio quotidiano lavoro e della propria vita monotona. Inoltre le sue storie sugli uomini meccanici, raccontate alle giovani, assumevano sempre delle ipnotiche sfumature erotiche, che aveva grandi effetti sulle donne che affollavano il suo giaciglio.
Di giorno, invece, quelle stesse donne lo guardavano con una punta di dispettoso disprezzo e mai avrebbero ammesso le une con le altre di essere state ospiti di colui che provvedeva a tenere pulite le latrine del castello. I loro sguardi anzi lo sfuggivano. Mirko, il lavacessi, non si lamentava mai di tutto ciò, attendendo al proprio lavoro con filosofico impegno.
“Avrei voluto continuare a dipingerti con gli stessi colori vivaci di prima. Ma oggi ho compreso che il tuo compito in questo castello ci allontana oggi e ci allontanerà per sempre. Eppure ancora vorrei scaldarmi alla tua umanità, tanto è il freddo che sento.” Così disse la signora del Castello a Mirko, pensando che in natura invero non esistono colori ma solo occhi: i soli pittori, imbianchini, decoratori e coreografi, artisti,un spesso tanto fantasiosi che riescono a fare di un lavacessi un eroe pieno di dolcezza e carità.
Lei si era sorpresa a spiarlo, qualche mese prima, mentre lui puliva il suo cantero. Le feci della signora emanavano ancora un forte odore perché era malata. I servi le portavano il cantero in stanza ad ogni sua richiesta e alla fine Mirko andava a riprenderlo, lo portava via, lo svuotava lo puliva e deodorava, infine lo rimetteva a disposizione della servitù, pronto al prossimo uso.
In questo modo aveva conosciuto le feci della signora e le aveva quasi trovate interessanti, e, a dire il vero, aveva trovato ancora più interessante l’espressione da ladra di quella donna che lo spiava dalla porta socchiusa. Lui aveva odorato con un gesto appariscente e lei aveva riso. Lui aveva visto e lei sentito.
I desideri spesso non si lasciano contenere da piccoli inconvenienti pratici, come le distanze. La Signora abitava all’ultimo piano del Castello e il lavacessi al più basso e nascosto. Un castello, tuttavia, è pieno di nascondini e di passaggi segreti, una vasta teoria, regno incontrastato di spie, assassini e amanti. Così dopo ben poco tempo lui si era ritrovato nel letto di lei, malgrado questo contrastasse con la sua prima regola di evitare e disprezzare le padrone, almeno come amanti.
“Ci sono comunque molti colori dentro di te, anche se vanno cercati e braccati come un cacciatore fa con le sue prede; anche se sei ferito, anche se questa magnifica verga ha un po’ l’aspetto di un fungo velenoso”, disse lei, mentre appoggiava le sue labbra al pene di Mirko.
Ma tutti e due sapevano che la loro storia d’amore non sarebbe continuata per sempre. Ci sarebbe stato presto un fatto nuovo, un imprevisto. Magari non l’ira e la gelosia del padrone, ma un altro evento che avrebbe impresso alle loro vite una di quelle brusche accelerazioni che ti fanno partire come un proiettile da dove sei e ti conficcano in un punto imprecisato del tempo del tuo tempo, che può essere anche molto distante da dove ti trovavi prima.
E così fu.
Il Castello era partito e ormai da terra i contadini lo vedevano come un puntino nero alto nel cielo.
Il padrone aveva catturato il drago durante la caccia e si era messo in testa la folle idea di serrare le fauci della bestia così da fargli accumulare il fiato rovente dentro i polmoni. Avrebbe poi liberato il fuoco del drago istantaneamente per incanalarlo attraverso il condotto che dai cessi del Castello portava alla fossa di scarico dei liquami, come in un motore a reazione. Il castello si sarebbe alzato e partito in viaggio alla volta della Luna.
Essendosi forse associate nella mente del padrone le idee di fogna, di fuoco e di cessi, aveva dato a Mirko il compito di pulire la prigione del drago incatenato; può darsi che ciò fosse successo perché un istinto aveva fatto sospettare al signore del Castello il tradimento della moglie col lavacessi ed egli, in segreto, sperava che il fuoco del drago lo bruciasse o che un colpo d’ala lo decapitasse.
Gli occhi del drago furiosi spesso incontravano quelli di Mirko, che era innamorato e ferito per l’abbandono della signora che ormai non voleva più vederlo, tornata ai molti amanti di prima.
La signora, il giorno dopo in cui il suo sposo, con fare baldanzoso, le aveva annunciato la sua intenzione di partire alla volta della luna con tutto il castello, la sposa, i figli e la servitù, aveva temuto per la vita sua e per quella dei figli e aveva pensato che una tranquilla vita con Mirko, come moglie del lavacessi di un qualche castello, sarebbe stata preferibile a qualsiasi morte per opera del drago, del volo o di un abitante lunare. Ma ad un lavacessi che vive a stretto contatto e conosce come e più di sé stesso i più fetidi escrementi umani, non si può chiedere tanto. E così Mirko aveva rifiutato la fuga, attirandosi l’odio e il disprezzo della padrona.
“Non posso, signora, ho un contratto e ho paura. Preferisco morire che portare su di me il pesante fardello di una donna e dei suoi figli. Ho un contratto e ho paura. Io sono un umile servo e farmi marito della mia padrona non posso. Non posso, signora, perché dentro di me non so se sia amore e non so se posso sfidare, il padrone ed il drago. Ho un contratto e preferisco morire piuttosto che essere padrone assoluto di un gesto di sfida”.
Ora egli sentiva in cuor suo di non avere più nulla da fare in quel posto e se ne sarebbe di certo andato, se al Padrone non fosse venuta l’idea di tenere tutte le uscite chiuse fino al giorno della partenza. I suoi uomini e la sua discendenza avrebbero popolato la Luna. Nessun tradimento poteva minare un progetto così grande e così folle.
Fu così che nel giorno stabilito le fauci del drago furono lasciate libere e la sua grande bocca si aprì lasciando che il fiato rovente defluisse libero verso le fondamenta. Il Castello si alzò. La sua struttura fu scossa. Le vibrazioni si fecero sempre più forti e tutti temettero che tutto crollasse o esplodesse. Eppure si alzò. E salì. Arrampicandosi nell’aria. Scalando le nuvole e ancora velocissimo ancora oltre, più su. Il cielo lontanissimo si arrendeva a poco a poco all’ascensione, ma sembrava infuriarsi vieppiù per quel Castello che andava conficcandosi nella sua carne azzurra e bianca. Il drago non sapeva fermare il fuoco che gli usciva dai polmoni e lo sputava sempre più fortemente verso il condotto. Sembrava che la portata aumentasse indefinitamente. Nessuno aveva potuto calcolare con esattezza il tempo della costrizione necessario a raggiungere la spinta e la velocità necessarie alla partenza e così adesso il fuoco sembrava eccessivo e si trasformava in un’interminabile accelerazione e in tremori troppo grandi per la vetusta struttura del Castello. Lo stesso corpo del drago non poteva resistere a tanto.
Così, alla fine, in una fragorosa esplosione, si la pancia del drago si squarciò e il fuoco sgretolò e si mangiò il castello. Tutti sentirono vicina la morte. Non v’è salvezza dal fuoco, né si scampa a una caduta da una così grande altezza. Gli occhi di Mirko videro strane cose nel vago tentativo di evitare la consapevolezza del presente. Così la speranza del lavacessi si puntò sul seno della sua signora e amante, per la quale, come per sé stesso, non poteva trovare né sognare salvezza.
Ma fu l’imprevisto a salvarlo, perché, durante la caduta, si trovò ad urtare contro un lembo dell’ala del drago e l’afferrò.
E dolcemente planò attraverso l’atmosfera rallentato dall’ala del drago senza conoscere il mondo verso il quale scendeva.
Toccò terra e poi si alzò Mirko, l’uomo alto e magro coi capelli neri e il viso dolce. Il castello era ormai polvere e piccoli oggetti e resti sparsi su quella desertica superficie lunare.. In lontananza vedeva degli altri scendere su lembi delle ali del drago.
In quel posto tutto gli sembrò nuovo e sentì il bisogno di chiamarsi con un altro nome. Abbracciò gli altri che man mano incontrava e non ricordò più di essere stato un servo.
Trovò il corpo senza amore della sua vecchia padrona e comprese di averla amata e di non aver avuto, solo per un soffio, il coraggio di portarla via con sé.
Questo fatto, però, sulla Luna, non aveva poi tanta importanza.